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Marco Bonatti

DONA ZEZE' (Vincitore del Premio Ginevra ed. 2000, il Giunco)

CI HANNO SEMPRE INSEGNATO CHE BRUTTO È MALE E BELLO È BENE.
VIVIAMO IN UN MONDO IN CUI LA NORMALITÀ È BUONA E VA CONQUISTATA A CARO PREZZO MENTRE LA PAZZIA È CATTIVA E VA NECESSARIAMENTE CURATA.
MA QUALE MORALITÁ CI GARANTISCE TUTTO QUESTO?
NON STIAMO FACENDO TROPPA CONFUSIONE TRÀ VERITÀ E MORALITÀ?
L'AUTORE SI PONE QUESTI INTERROGATIVI STIMOLATO NON DA UNA RIFLESSIONE FILOSOFICA, MA DALLA QUOTIDIANITÀ CONTADINA BRASILIANA: ATRRAVERSO UN LUCIDO VIAGGIO NEI COLORI, NEGLI ODORI E NEI SAPORI DEL DESERTO, SOLLECITA IL LETTORE AD INTERROGARSI SULLA PROPRIA IPOCRISIA. E, SI SCOPRE CHE NEL 2000 L'UOMO CONTINUA A VERGOGNARSI DI CIÓ CHE GLI È PIÚ INSITO: LA PROPRIA UMANITÀ!


Riportiamo una breve sintesi di testo tratta dal libro dona ZEZÉ.


- Entra! Disse dona Zezé aprendo la porta di casa.
- Puoi sedere. Io torno subito.
Attizzò il fuoco ed uscì nell'aia lasciandomi solo in cucina. Mi guardai attorno per la prima volta. Era tutto così strano e misterioso. Avrei potuto conoscere una donna di casa dalla sua cucina? Conclusi di no. Ma da un momento all'altro avrei potuto trovare qualcosa che confermasse i miei sospetti.
Incastonato in uno spigolo della casa c'era un forno a legna di mattoni, con intonaco in cemento. Una crepa usciva dalla fornace e dalla piastra di ferro ossidata era appoggiato un pentolone vuoto. Un superbo camino nero forava il tetto.
C'era una caraffa di grasso di porco, bianco, per insaporire il cibo; un recipiente ricavato dalla metà di una zucca conteneva riso e fagioli; il bicchiere comune di latta per bere dalla giara e appesa al muro, una teiera per bollire l'acqua del caffè.
Ripiegati in una buia fenditura del pavimento dei tegami e un fascio di legna. Vicino alla porta, un piccolo lavatoio di cemento per lavare le stoviglie. Non c'era il rubinetto e un tubo di scarico bucava la parete a mezza altezza dando direttamente sull'aia.
Accanto al camino vi era una finestrella. Parte dell'intonaco era scrostato e lasciava scoperti i mattoni rosso vivo. La finestrella era chiusa a causa del vento. Il fuoco poteva spegnersi e gli animali non avrebbero di certo esitato a far festa al cibo.
Un fascio di luce filtrava da una tegola rotta. Era un raggio di luna quello che illuminava la giara e la parete nera dal fumo.
In mezzo alla cucina due seggiole. Una in buono stato, l'altra con un buco al posto del sedere.

- Con permesso giovane, sto entrando. Ho portato due seggiole.
- Molto bene! Rispose dona Zezé di ritorno dall'aia. Era solo questo che mi serviva per… non finì quello che stava per dire forse pensando di aver detto qualcosa di storto.
Mise due pentole sul fuoco e rovistò un armadietto.
- Sono il marito di Dora, disse quell'uomo dall'andatura mansueta, incurvando le spalle e penzolando le lunghe braccia in avanti. Rimase lì impalato, incrociando le gambe, con la schiena al muro, osservandomi mezzo timido.
Vestiva un calzone scappato e molle, di quelli buoni per attraversare il fiume, con una toppa all'altezza della coscia. La camicia era di stoffa grezza sbottonata a metà. Era a cavallo del manico del coltello, con il fodero in cuoio dentro le braghe. La cintura gli stringeva la vita raggrinzita e secca. Portava un cappello di paglia sfrangiato nei bordi, che inclinò da una parte quando porse la mano. Una folta barba bianca, trascurata, era chiusa su di un mento spigoloso. Risaltava una pelle rossastra e rinsecchita dal sole, con il solco di una ruga che partiva dalla mandibola. La bocca era profonda, le sopracciglia folte e le labbra carnose e screpolate. Respirava in fretta dilatando le narici. Di tanto in tanto si raspava la barba con impazienza.
Severino appese il cappello al chiodo. Estrasse il pettine dal taschino posteriore e lo passò tra i capelli. Poi si accovacciò sul forno con il peso del corpo sulle mani. Soffiò sulle braci aspirando a bocca aperta. Una densa fumata si sprigionò per tutta la cucina. Con le quattro dita si strofinò gli occhi.
Il luccichio della fiamma illuminava la pentola e le sue ombre gli massaggiavano il volto. Allungò il collo verso il fuoco frizionando su e giù le unghie nella barba crespa. Una pentola di terracotta bruciata faceva bollire l'acqua e di sotto le punte di tre pali si consumavano lentamente. La maggior parte della cenere scappava dalla bocca del camino riempendo la cucina di una strana foschia. L'aria calda si inzuppò di un affascinante gusto di legna secca. Un inebriante gioco di colori e luci precedette l'arrivo silenzioso di Tadeu.
- Ragazzi, qui la gente brucia… Brucia dalla voglia di sapere tutto quello che stai facendo! Disse in seguito.
Dona Zezé versò l'acqua nella giara. Era andata a impantanarsi a quell'ora di notte. Tornò con una latta di zinco di dodici litri sulla testa e due secchi d'acqua nelle mani.
- Prima della cena, vuoi fare la doccia? Chiese, guardandomi col fiatone sospeso.
A dire il vero non mi piaceva l'idea di bagnarmi allo scuro, in un posto che nemmeno conoscevo. Ma lei insisté ed io non disprezzai la sua fatica. L'aia era buia pesta. La luna che mi aveva sempre aiutato nei momenti difficili si era nascosta dietro una nuvola. Feci attenzione a non pestare nessun animale.
Ma….. il bagno? Dov'era il bagno! Pensai, mettendo un piede dietro l'altro.
- Hai già fatto la doccia? Mi gridò alle spalle Dora mentre sistemava in un angolo una fascina di legna.
- È qui, hai visto? Disse puntando il braccio dietro un folto fogliame di "mangirioba" sotto cui erano state buttate molte latte ammaccate di olio.
Mi passò un asciugamano. Era umido. Conclusi che altri avevano fatto il bagno prima di me. Entrai in un minuscolo bagno di tre pareti all'altezza degli occhi. Sbattei il naso in una tavola di legno…. la quarta parete che non avevo visto.
- È caduta, gridò Dora. Ohh mi dispiace… porta immorale!
- No, non è caduto niente! Ma non riuscii a chiudere bene la porta perché era troppo piccola.

- Voi mi dovete scusare la cena è quello che è! Disse dona Zezé bagnandosi le mani e strofinandole sul forno.
- Oggi mangiamo puro! Sussurrò Dora.
C'era un clima pacato, di apparente tranquillità. Ma Tadeu aveva un'aria preoccupata. Cercai discretamente di tirarlo da una parte per parlargli.
- Non adesso!
Severino rise. Ed era solo ridendo che riusciva a cambiare aspetto riempendo le rughe del viso. Quando l'espressione si normalizzava, la bocca gli tornava a cadere e due fossette gli comparivano sulle guance.
Guardai la tavola. C'erano seggiole per quattro persone. Bicchieri e piatti per tutti. Forchette e coltelli per tre. Mancavano le posate per due persone.
- Andiamo sedetevi! Esclamò dona Zezé girandosi verso me.
Alla semioscurità della cucina si aggiunse un silenzio imbarazzato. Mossi gli occhi verso Tadeu. Aspettava che sedessi per primo. Ero l'ospite. Io, in piedi, immobile, nell'angolo del tavolo ero in una posizione scomoda. Dovevo per forza passare davanti a Dora per incontrare le posate. Una offesa per quella gente. La debole luce della candela rendeva le immagini nebulose.
- Io mi siedo, disse dona Zezé.
- Anch'io, dissero contemporaneamente Dora e Tadeu.
Le seggiole strisciarono sul pavimento e in un attimo tutti erano al loro posto. Ognuno sedette vicino a dove si trovava. Io e Tadeu di fronte, a capotavola, senza posate. Dora e dona Zezé di fianco con gli occhi verso il fuoco. Severino, che di quegli strani spostamenti non aveva capito niente, rimase in piedi, disorientato. Con il comportamento smarrito di chi è abituato a parlare poco, impugnò il coltello che portava nella cintura. Ficcò la punta nel carbone. Il fuoco crepitò. La cenere cadde e le faville ardenti scoppiettarono volando dappertutto e spegnendosi man mano che si adagiavano a terra. La luce scivolò adagio sopra le mani di Dora e Tadeu. Le immagini tornarono distinte, per un attimo.
Sedette poi sul forno. Non c'era seggiola per lui. Gli occhi di tutti si sfiorarono. I miei non nascondevano il disappunto.
- Le nostre posate sono vecchie, scusate, siamo gente povera, disse dona Zezé con la metà del viso nella penombra. Non sono degne per essere messa in bocca. Mangiate con le mani e distri-buite il cibo a tutti. Fate così e la benedizione cadrà sulla tavola.
Nessuno, a partire da quel momento, disse più niente. Tadeu si rese conto che io ero rigido, assente. Picchiettavo dolcemente le dita sui bordi del piatto con gli occhi fissi dentro. Non avevo coraggio. Non sapevo come. Non volevo essere ridicolo. Avrei rischiato di disprezzare il cibo. Tadeu si alzò afferrando la tinozza posta in mezzo alla tavola. Sprofondò dentro la mano per cinque volte prendendo un pugno di riso. Girò attorno al tavolo. Fece la stessa cosa con i fagioli e con tre pezzetti di carne di porco arrostito. Severino e dona Zezé rifiutarono la carne. A dire il vero non c'era carne per tutti. Presi un poco di farina di mandioca da una scodella e la usai come fosse formaggio. Ruotai l'indice nel piatto, ammassando tutto. Il brodo dei fagioli si asciugò. Pensai di usare il palmo della mano come un cucchiaio e di appoggiarvi la bocca. Ma poi feci come Tadeu. Il cibo veniva rinchiuso tra le punte delle dita e il labbro inferiore lo distaccava. Per un quarto d'ora non riuscii ad alzare gli occhi dal tavolo. Il cibo scendeva fatico-samente. Era pastoso e pesante, mi aiutai con la saliva. Sembravano palle di piombo, una sola sarebbe bastata per riempire uno stomaco vuoto. Durante la cena inghiottii secco più volte. Fu una sensazione che non avevo mai sperimentato prima. Mi sentii piccolo davanti a quell'umile gente. Sentii che non era un cibo qualunque quello che stavo ingoiando. Quel cibo scotto e senza sale aveva il sapore della vita, del sudore dei campi.
Per un istante mi sorprese una enorme voglia di correre, di scomparire, voglia che finisse tutto subito. Ma la mia coscienza era tutta lì, davanti a quell'umile tavola. Non voleva che scappassi. Mi legò su quella seggiola, fino alla fine. ……… ( continua)