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SEI SOLE
NOTA
Mi sono preso la libertà di usare qui alcune parole che forse non sono l'esatta traduzione del termine Urdu comunemente usato. Ma che secondo me, rispecchiano e trasmettono al meglio il concetto. Ho usato, per esempio:
" la parola pozzo, anche se non è la traduzione dell'Inglese water hole, che invece traduce esattamente l'Urdu pani sohe, per indicare quei piccoli stagni nei quali l'acqua è profonda due o tre palmi appena.
" la generica denominazione tribale Beluchi (pronunzia Beluci), anche per i loro numerosi zingari, detti in realtà Powindas o randagi;
" il termine sahib (pronunzia saab), che corrisponde al nostro signore;
" il termine guerriero invece dell'Inglese tribesman o del Pushtu mujehaideen, che significa esattamente combattente.
" la parola desolazione per l'Urdu ekelà (o aykalay), che significa solitudine, ma che forse è abbandono.
" il termine Uomo Bianco, traduzione letterale dell'Urdu Dola Admi, un po' confidenziale ma non dispregiativa per occidentale, invece del classico Ghair (infedele in Arabo).
PROLOGO
La prima parte di questa storia mi venne raccontata, accompagnata da molte tazze di chai, il forte tè locale, dallo stesso Yussuf Mohamed Ben Afridi. Mi aveva abbordato nel bazaar, il grande mercato di Quetta, reso audace dalla curiosità. Era la prima volta in vita sua in fatti, che il giovane guerriero Afridi vedeva un Dola admi, ossia un Uomo Bianco.
La parte conclusiva invece, mi venne raccontata durante una cena nel lussuoso Inter Continental Hotel di Rawalpindi, da un Tenente della Polizia Confinaria Pakistana, il quale aveva al polso destro una medaglietta rettangolare che riconobbi subito, appesa ad una catenina d'oro. L'ufficiale spiegava le enormi difficoltà incontrate dal suo Governo per cercare di tener lontano dai canali d'irrigazione le tribù nomadi, randagi disperati, dopo molti anni di assoluta siccità (il Tenente usò il termine cani bastardi), che vagavano nel deserto del N.W.F., la Frontiera Nord Occidentale, da Kabul e dal Kyber Pass fino a Karachi.
Ma quanto è mai grande esattamente il N.W.F.?
01 FELICITA' E' UN CANALE D'IRRIGAZIONE
Ut, il vecchio cammello spelacchiato, non ne poteva più neanche lui, povera bestia, dopo quel lungo faticoso viaggio nel grande deserto che fascia il Paese ad occidente, dal Kyber Pass al mare, viaggiando tutta la notte e nascondendosi di giorno alla vista di chiunque. La gobba anteriore del vecchio Ut, dopo tanti giorni di poco cibo e pochissima acqua, pendeva mestamente da una parte, come un vecchio berretto.
Sulla sella sdrucita si ergeva un palankeen, quell'archetto di bambù che regge un telo, così da formare una specie di copertura, come il mantice di una carrozza. Ma il telo era tutto sbrendoli, e lì sotto stava Sheeba, ciondolando stanca ad ogni passo dell'animale.
Il cammello cammina d'ambio, le due zampe di destra insieme e poi, anch'esse insieme, le due zampe di sinistra. E' un'andatura che agli occidentali fa venire rapidamente un terribile mal di mare. Bisogna abituarcisi, ed è possibile, ma è dura.
Il cammello raggiunse ciabattando coi suoi grossi zoccoli sguaiati la sponda del canale, aspirando con gioia rumorosa l'odore dell'acqua. Poi, dopo aver coperto di corsa gli ultimi metri, allargò le zampe posteriori in un angolo che pareva impossibile, si inginocchiò di colpo, abbassò il capo ed allungò il collo fino ad immergere completamente il testone nell'acqua. La ragazza, che già aveva perso l'equilibrio quando l'animale si era inginocchiato senza preavviso, rotolò con un paio di capriole lungo il collo del cammello e cadde con un gran tonfo nell'acqua, sollevando alti spruzzi. Il cammello non se ne dette per inteso e continuò a pompare vigorosamente litri e litri d'acqua nei suoi molti stomaci. Con un po' di annaspare, la ragazza riemerse, grondante e ridente. Anche Yussuf, che si era per un attimo preoccupato, rise con lei e si gettò a terra accanto al cammello, i piedi alti sulla scarpata dell'argine e la testa nell'acqua, sollevandola ogni tanto per guardare sua moglie.
In realtà, Sheeba non era esattamente la moglie di Yussuf Ahmed ben Afridi, ma solo la compagna. Nel N.W.F. comunque, a queste sottigliezze normalmente non ci bada nessuno. L'essersi portato a casa una donna Beluchi però, anche se poco più che una bambina (ma nel N.W.F. a tredici anni una bambina è una donna da marito), anche se ferita, anche se orfana e scampata ad un massacro, era bastato a scatenare l'ira tremenda di Ahmed Musata ben Afridi. Questi, essendo stato in gioventù in pellegrinaggio alla Mecca, oltre ad essere il capo incontrastato della piccola tribù, era anche il mullah o capo religioso della comunità, nonché il padre dispotico ed iracondo di Yussuf.
Afridi e Beluchi sono infatti due popoli del N.W.F. che sono nemici acerrimi da tempo immemorabile, una specie di Montecchi e Capuleti, sempre in guerra, sempre a scannarsi, odiandosi e disprezzandosi a vicenda, chissà mai perché, nessuno lo ricorda più. Uniti in passato in due sole occasioni dal comune odio feroce contro gli invasori bianch, prima contro i Britannici per 150 anni durante tutto il XIX secolo e la prima metà del XX e poi, in tempi molto recenti, contro i Russki senza Dio.
Per gli Afridi ed i loro cugini Pathan e per i Waziri la linea di confine tra Pakistan, Afghanistan ed Iran non è un concetto semplicemente astratto, bensì assolutamente astruso, sconosciuto e comunque rifiutato. Loro se ne vanno di qua o di là, come e quando gli pare, nessuno è mai riuscito a impedirglielo, né con le buone né con le cattive. E sì che le cattive erano cattive davvero.
Il N.W.F. è da alcuni anni ufficialmente la North West Frontier Province, la Provincia della Frontiera Nord Occidentale della Repubblica Islamica del Pakistan. La Provincia è ben segnata sulle mappe, è dotata di Amministrazione, un Governatore, acquedotti, strade, ponti, Polizia, guarnigioni, caserme, scuole. Nelle scuole si insegna l'esatta superficie del N.W.F., in miglia quadrate o in km quadrati. Si insegna il numero degli abitanti, divisi per tribù o per etnia. Ma sono tutte balle volute a Islamabad, la capitale, perché in effetti, nessuno lo sa con precisione.
Quel villaggio sulla carta può benissimo apparire compreso nel Distretto di .Sialkot., e quindi amministrato dall'Alto Commissariato. In effetti, il Signor Commissario in quel villaggio non conta un bel niente, perché chi comanda, con pugno ferreo, è il Khan, dalla città di Dera Ismaili. Che è tutta un'altra Provincia, detta brevemente D.I. Khan.
La popolazione? Chissà! Boh? Oggi sono qui, più numerosi delle mosche su un cammello malato, ma domani, e non chiedete mai il perché, non ci sarà più nessuno. Saranno tutti in Iran, al di là di quel confine che per loro, semplicemente non c'è. Non esiste proprio.
Per loro esistono l'Islam (ma non sanno niente di scismi e varietà), la tribù e la famiglia.
Pakistan? Che roba è?
Hanno un feroce senso dell'onore, che però è molto personale e particolare. Rubano, tradiscono, assassinano sparando alle spalle, sono predoni per vocazione, ma si sentono guerrieri onorati. Sono gelosissimi delle loro donne a parole, perché sono prontissimi ad offrirle graziosamente all'ospite di riguardo, purché danaroso. Meglio ancora, a venderle al primo venuto per un buon fucile. Si ubriacano appena possono e contravvengono molte altre leggi coraniche, ma si ritengono veri credenti, pronti a scannare un europeo o un indù, cani infedeli che non sono altro!
La ragazza era ora dritta in piedi nell'acqua che le giungeva a malapena a mezza coscia. Il canale era molto largo e l'acqua non superava al centro i cinque piedi, un metro e mezzo scarso.
Da almeno tre secoli i canali d'irrigazione nel sub-continente sono fatti così, e a nessuno è mai venuto in mente di cambiarli né di chiedersi se quella forma e quelle misure siano funzionali e corrette o meno.
La ragazza stava ora dritta in piedi nell'acqua, beandosi dei rivoli che le scorrevano dai capelli e dagli abiti lungo il corpo, rideva col viso cosparso di mille goccioline e sbuffò come un puledro e come un puledro scosse il capo per far cadere una miriade di stille, che brillarono nel sole. Poi lentamente, molto lentamente, guardando in faccia Yussuf che la fissava estatico, pietrificato dall'insolito spettacolo, Sheeba sbottonò sorridendo la camicia rossa e la gettò sulla riva, poi cominciò a sbottonare i piccoli bottoni dell'aderente corpetto, anch'esso rosso che, bagnato fradicio, la fasciava come una seconda pelle.
Quando l'ultimo bottone uscì dall'asola, spinto dalle lunghe dita brune e sottili, non ci fu alcun rumore, tranne forse un inaudibile fruscio di tela bagnata contro morbida epidermide. Eppure Yussuf avrebbe potuto giurare sul Sacro Libro di aver udito distintamente un sonoro PLOP! quando i due seni rotondi balzarono allo scoperto, gloriosi nel sole.
'Melagrane, dolci melagrane!' pensò estatico Yussuf, ripescando il paragone da chissà quale mai recesso della sua giovane memoria.
La ragazza aveva intanto sciolto il nodo della lunga fettuccia che serviva da cintura dei larghissimi pantaloni e sedette nell'acqua, che così le giungeva al collo, per sfilarli comodamente. Anche i pantaloni raggiunsero sulla riva camicia e corpino con un ciack di straccio bagnato.
Yussuf non aveva mai sentito parlare di strip-tease in vita sua, né certamente lo aveva mai sentito nominare la ragazza, ma il risultato fu esattamente quello, quando Sheeba si alzò nuovamente in piedi nell'acqua, vestita solo di stille e della sua piccola medaglia appesa al collo, e fece qualche passo verso un pietrificato Yussuf.
Che in vita sua, non aveva mai visto una donna completamente nuda alla piena luce del sole.
La ragazza ridacchiava e si avvicinò al giovane, aderendo col proprio corpo al corpo di lui, gli mise le mani fresche e bagnate sul viso, i pollici carezzavano le palpebre di quegli incredibili occhi azzurri, che tanto risaltavano nel viso abbronzato e sudicio. Poi prese con le proprie mani le mani di lui, abbandonate, rese inerti dallo sconcerto, e se le passò lentamente sui fianchi morbidi, ne fece due coppe che pose sui propri seni e gemette piano.
'Cosa hai detto?' le chiese Yussuf, sentendosi un po' stupido nell'occasione.
'Sei sole.' disse la ragazza e ripetè, questa volta in Urdu: 'Tu sei sole, Tu sei il mio sole Surraj mera eh.'
Sulle mappe esiste ben definita una regione chiamata Beluchistan, esiste una popolazione Beluchi con le sue tradizioni e costumi, esiste una vera e propria lingua Beluchi, seppur non scritta e senza un proprio alfabeto. Non esistono però poemi in Beluchi, né musica Beluchi, né canzoni Beluchi. Le donne Beluchi, quando cullano i loro bambini o fanno un rarissimo bucato, non cantano canzoni, semplicemente perché non ne conoscono.
Nella lingua Beluchi difatti, molte parole e molti concetti non esistono neanche.
Per esempio, non esiste la parola amore, né il verbo amare, per il quale viene usata l'espressione 'essere il sole, surraj.'Sei sole' ripetè la ragazza in Urdu, per fargli comprendere. 'Tu sei il mio sole.'
E così Yussuf Mohamed ben Afridi, prode giovane guerriero Afridi scacciato dalla sua tribù, provò la splendida esperienza (inusitata nel suo mondo), di fare all'amore per amore, con una donna che l'amava e che provava piacere anche lei nel fare all'amore con lui, almeno quanto lui con lei.
Perlomeno a giudicare dal trasporto, dall'ardore, dai gemiti e dai gridolini d'entusiasmo, che lo eccitavano terribilmente.
Scoprì anche che, contrariamente alle chiacchiere dei guerrieri attorno al fuoco del campo, il maggior piacere si ottiene dal dare piacere. Stranamente, la cosa gli piacque parecchio.
E sulla riva di un canale d'irrigazione al limite del deserto, con la benedizione per loro inusitata e miracolosa dell'acqua abbondante, vissero la loro splendida luna di miele, felici ed innocenti come Adamo e Eva nei giardini dell'Eden.
02 UN GUERRIERO AFRIDII fieri e sinistri Pathans ed i Waziri vestono solo e sempre di grigio piombo, tela di cotone d'estate e un grossolano panno di lana d'inverno, con panciotti neri, turbanti neri e cinture, cinghie, bandoliere, fondine di pistole e foderi di pugnali rigorosamente neri, come i loro caratteristici sandali dalla. spessa suola di gomma. I guerrieri, con quelle strane calzature apparentemente più adatte alla calda sabbia del deserto, si inerpicano veloci e sicuri come capre tra le rocce e le nevi dell'Indu Kush e del Pamir.
I loro cugini gli Afridi invece, vestono spesso di bruno o anche di blu, con gli stessi larghissimi pantaloni sbuffanti, una simile camicia con le lunghe falde fuori dei pantaloni, con lunghe maniche mai sollevate o arrotolate (solamente nei film di Rambo si vede una simile insulsaggine). Il solito panciotto nero copre una cintura nera stretta alla vita, che sorregge il ricurvo affilatissimo coltellaccio.
Gli Afridi però, non usano il turbante, salvo il raro Hagi il sant'uomo che è stato in pellegrinaggio alla Mecca, bensì un curioso berretto piatto e rotondo di rozzo e spesso feltro di pallida lana di cammello, che sembra fatto con due focacce cucite una sopra l'altra. Un cappello rinascimentale, come quello dei figuranti del Palio di Siena.
Tanto i Pathan che gli Afridi, come del resto tutti gli abitanti maschi della Frontiera d'età superiore ai tredici anni, sono guerrieri, parola che traduce al meglio il vocabolo inglese tribesman o il termine Pushtu mujehaideen, venuto recentemente in uso e conosciuto anche da noi. I guerrieri sono festonati da cartucciere, da cinturoni, persino da nastri di mitragliatrice.
In pratica, gli abitanti delle varie tribù e delle varie etnìe vestono perennemente una loro divisa, che li rende facilmente riconoscibili anche da lontano, amico o nemico.
Yussuf aveva ucciso il suo primo Russki sei anni prima, quando ancora era ben lontano dal suo tredicesimo compleanno, data nella quale sarebbe ufficialmente diventato adulto.
Una pattuglia di soldati sovietici, con la maglietta a righe orizzontali bianche e azzurre delle truppe speciali sotto la tuta a macchie verdi e brune, era capitata per puro caso nella piccola valletta tra le alte rocce dove i guerrieri della tribù avevano lasciato per qualche tempo le donne, i vecchi e i bambini, ritenendo fossero al sicuro.
I soldati russi avevano cominciato, ma senza molta convinzione, a strapazzare un paio di vecchi e a palpeggiare alcune giovani donne, ma anche questo senza molto entusiasmo, perché le donne che seguono i mujehaideen sono sempre molto sudice.
Nel deserto di sabbia delle pianure ed in quello di pietra delle montagne difatti, la scarsissima acqua disponibile viene usata principalmente per bere, umani ed animali, e per fare da mangiare. Lavarsi è un raro e spesso stravagante lusso. tradizionalmente scoraggiato sin dalla più tenera infanzia.
Il soldato stava palpeggiando ridendo le grosse poppe della ragazza Afridi e questa si dibatteva e graffiava, soffiando come un gatto selvatico. Il soldato notò gli incredibili occhi azzurri di Yussuf, spalancati dall'orrore, dalla rabbia e dalla paura. Il soldato rise ancora, chiamò i compagni per comunicare loro la curiosa scoperta e commise l'errore fatale di distrarsi un attimo.
Perché Yussuf, che aveva per mesi osservato attentamente i guerrieri della tribù maneggiare, smontare, oliare e ripulire i fucili catturati, raccolse velocemente l'arma che il Russki aveva posato a terra, fece scattare la sicura e lasciò partire una raffica che tagliò in due l'uomo, lasciando miracolosamente illesa la donna. Il violento rinculo sbatté a terra il ragazzo che però non lasciò l'arma.
Fu come un segnale, perché in brevi istanti tutti i membri della pattuglia russa vennero uccisi, pugnalati dalle donne, presi a pistolettate dai vecchi, o finiti con la testa sfondata da grossi sassi, vibrati a due mani dai ragazzini.
Yussuf fu acclamato come un eroe, guadagnandosi in premio il fucile d'assalto del russo che aveva ucciso, un grosso AK 47 da fanteria con tanto di baionetta, mica uno di quei gingilli di dimensioni ridotte, detti da paracadutista.
Fu promosso guerriero sul campo, anche se non aveva ancora i tredici anni necessari, ma nel N.W.F. un ragazzo a tredici anni è un uomo fatto, così una ragazzina alla stessa età è considerata una donna da marito.
Suo padre Ahmed, il capo tribù, fu molto orgoglioso di lui e da allora, con l'invidia dei fratellastri maggiori, cominciò ad affidargli mansioni di fiducia, come il trasporto di grosse somme di denaro per consegnarle a cambiavalute di Peshawar o Rawalpindi.
'Chi mai potrebbe sospettare che un ragazzino trasporti tanta ricchezza?' il vecchio Ahmed Mustafa tranquillizzava chi sollevava dubbi sulla saggezza della scelta.
E Yussuf cominciò a fare la spola tra il villaggio e le città di frontiera, mai due volte di seguito la stessa città, mai percorrendo due volte di seguito la stessa pista.
Una volta, resosi conto che due uomini a cavallo lo seguivano furtivamente da un'intera giornata, mantenendo però sempre la stessa distanza, all'imbrunire tornò a piedi sui suoi passi, passò la notte fra due rocce ed all'alba uccise ambedue gli uomini, un colpo alla testa ciascuno, in rapida successione per non permettere la fuga. Tornò al villaggio trascinandosi dietro due bei cavalli sellati, due fucili quasi nuovi legati alla sella e molte munizioni.
La stima del padre per lui crebbe ulteriormente:
'Il ragazzo è prudente, accorto e saggio!' commentò Ahmed Mustafa con orgoglio. E gli affidava incarichi in città sempre più lontane, cosicché Yussuf era spesso assente dal villaggio per due o tre mesi di fila.
Yussuf diventò un giovanottone solitario e silenzioso, come accade sempre a chi passa settimane da solo, e spesso parlava fra sé, o pensava a voce alta, come spesso accade a chi passa in completa solitudine settimane o mesi. Aveva lo sguardo acuto del guerriero, con quei suoi strani occhi azzurri quasi socchiusi, i movimenti pacati, apparentemente lenti di chi però, arriva sempre in tempo anzi, sempre un attimo prima.
La mano di Yussuf si moveva in apparenza lentamente, però afferrava al volo la bottiglia che stava cadendo o il bambino che stava incespicando.
Gli altri giovani si sentivano a disagio in sua compagnia e le ragazze lo guardavano curiose, tirandosi con pudica civetteria la sciarpa sul viso, coprendo naso, mento e bocca e stringendone assorte un lembo tra i denti. Finché la madre gridava stridula:
'Smetti di star lì imbambolata e vai a prendere l'acqua, svelta!' magari accompagnando l'esortazione con uno scappellotto.
Surryah, la madre di Yussuf, era molto orgogliosa di quel suo strano figliolo sempre vestito di grigio, così diverso dai fratelli e dalle sorelle, ma anche un po' preoccupata. Gli chiedeva:
'Hai forse una donna in qualche città lontana, una donna sposata? Una donna straniera, Allah ci protegga, un'infedele, una donna bianca?
Yussuf rideva: 'No madre, sarai tu la prima a saperlo, non temere.'
E ripartiva solo e silenzioso, per qualche misterioso e delicato incarico che lo avrebbe tenuto lontano, nel deserto, per lunghi mesi.
03 I POZZI DELLA DESOLAZIONE
L'uomo vestito di grigio ed il cammello bianco erano una statua equestre perfettamente immobile sul fianco della duna, dove si erano fermati per osservare. Mai fermarsi sul crinale, esposti agli sguardi ed alle fucilate di chiunque se ne stia nascosto in agguato dietro una grossa pietra. E' una delle regole d'oro del baali muruvumi, il deserto di sabbia e pietra.
La statua equestre rimase perfettamente immobile per lunghi minuti, scrutando, aspettando, osservando. Il tempo e una delle poche cose, oltre alla sabbia ed al calore, di cui v'è grande abbondanza nel deserto.
Yussuf era ancora lontano dagli akaylay sohe pani, i Pozzi della Desolazione, quando aveva notato gli avvoltoi che roteavano numerosi all'orizzonte, attorno ad un punto ben preciso. Il giovane pensò, con indifferenza:
'Un qualche vecchio cammello morto di sete.'
Poi, incuriosito dalle pigre volute di fumo di un fuoco prossimo a spegnersi, spronò col tallone il cammello a quella specie di trotto svogliato che questi animali assumono. A volte, sempre che se la sentano.
La scena era tragicamente familiare, un normale massacro, un comunissimo attacco di predoni nel deserto. Qua i resti bruciacchiati di una sella, più in là, vicino alle macilente palme sfrangiate dal vento, mucchi d'indumenti laceri inceneriti a metà ed un palankeen sfasciato, che ancora sfumacchiava, seppur senza più fiamma.
La piccola radura era cosparsa dei resti di un campo: la carogna di un cammello, forse troppo vecchio per essere razziato, le labbra stirate sui grossi denti gialli in un ultimo macabro ghigno. Stoviglie sparse e spezzate, quelli che sembravano ammassi di stracci brulicanti di avvoltoi, ma erano in realtà cadaveri ormai sventrati e sfigurati dai becchi voraci degli spazzini del deserto. Doveva essere stato l'accampamento davvero misero di una sola famiglia, eretto in prossimità dei due piccoli stagni d'acqua fangosa, naturalmente calda e salmastra che davano il nome alla località. La tenda, ne restavano i mozziconi dei tre pali di sostegno, era stata innalzata immediatamente a ridosso di un piccolo rilievo, evidentemente scelto come riparo dal vento incessante, ma che non porta nessun sollievo all'incredibile calura, solo sabbia. L'attacco doveva essere avvenuto da poco tempo, forse pochissimo, forse solamente all'alba, giacché questa è l'ora favorita dai predoni per attaccare.
Uno dei mucchi di stracci però, non era coperto di volatili, seppure alcuni di essi lo vigilassero da vicino con attenzione. Yussuf fece inginocchiare il cammello, scivolò a terra e si avvicinò cauto per meglio investigare, scacciando a pedate e con la lunga frusta un paio di avvoltoi che, con giallastro occhio maligno, tentavano saltellando e gracchiando di sbarrargli il passo.
'Shhuuuù! via, bestiacce!' gridò il ragazzo, e dapprima pensò che si trattasse di un giovane guerriero, evirato nel rito crudele col quale le famiglie si vendicano di offese sessuali, reali o presunte. Poi si fermò di botto.
Yussuf era adesso lievemente imbarazzato, essendosi reso conto che non solo non si trattava affatto di un mucchio di stracci, nè tanto meno del cadavere mutilato di un uomo, bensì di un corpo femminile seminudo. E la donna era ancora viva. Di tanto in tanto, seppur debolmente, la mano si muoveva scacciando gli avvoltoi.
Yussuf, temendo un agguato, si tolse lentamente dalla spalla il fucile sovietico, fece scattare la sicura, si inginocchiò sulla sabbia bollente e fece un lentissimo giro su sé stesso, scrutando attentamente ogni sasso, ogni piccola piega del terreno, ognuno di quei minuscoli refoli di sabbia che nel deserto, turbinano incessantemente a pochi centimetri dalla superficie del terreno. Il controllo accurato durò forse qualche minuto, compiuto com'era ad occhi semichiusi, spiando il mondo attraverso il tremolio della calura. Quell'effetto curioso che in Europa si può osservare a volte in piena estate, se si guarda al disopra del cofano surriscaldato dell'auto ferma al semaforo.
Rassicuratosi di essere ragionevolmente solo (meglio un Afridi molto cauto che un Afridi morto), Yussuf gettò a terra la coperta grigia che gli faceva da mantello, vi posò con cura il Kalashnikov dopo aver rimessa la sicura, ritornò al cammello, prese la borraccia di pelle e dal sottile cannello d'osso versò un po' d'acqua tra le labbra spaccate dal sole e dall'arsura.
'Mai dare troppa acqua tutta in una volta a chi soffre la sete.' si disse a voce alta, memore dell'antico consiglio e ripeté più volte l'operazione, poche gocce alla volta.
La ragazza (doveva essere una ragazza, anzi, una ragazzina, poco più che una bambina), era alta e sottile, con i capelli raccolti in una lunga treccia.Vestiva i resti rossi e blu di quelli che erano stati gli abiti di una donna Beluchi. Aveva un occhio pesto e gonfio, forse a causa di un violento pugno, il lobo dell'orecchio destro era lacerato, la ferita ancora sanguinante, certo le avevano strappato violentemente l'orecchino. La parte anteriore dell'abito era stata stracciata, adesso pareva una camicia sbottonata su un torso quasi gracile, ma con seni prosperosi, come nelle sculture che ornano i templi indù. I larghi pantaloni rossi le erano stati calati, quasi tolti e restavano aggrovigliati attorno ad una sola caviglia. L'interno delle cosce era coperto di una poltiglia di sangue raggrumato e sperma.
La solita scena di un normalissimo stupro nel deserto, il solito orribile, comunissimo, atroce, sempre impunito delitto, un tradizionale affronto nei confronti del nemico. Colpendolo nelle sue donne, deboli, indifese, innocenti, molto spesso totalmente ignare di quell'offesa che adesso dev'essere vendicata.
Era uno spettacolo normale, e Yussuf lo aveva già visto molte altre volte. Eppure ai Pozzi della Desolazione quel mattino, Yussuf provò stranamente molta rabbia e molta pena. 'Chissà mai perché, in fondo si tratta solo di una donna Beluchi!'
L'esperienza di Yussuf in fatto di donne era scarsa, limitata ad un paio di fugaci visite ai miserandi lupanari di Peshawar e D.I. Khan, oltre alle silenziose ma frequenti e sfibranti visite notturne della giovanissima ultima moglie dell'anziano fratello di suo padre. La giovane zia, temendo forse di rimanere sterile ed essere quindi ripudiata, si era dedicata con alacre trasporto a quel bel nipote dagli strani occhi azzurri, assicurando così un erede al vecchio marito. E tutto era rimasto in famiglia.
Yussuf andò a riempire il suo secchio di tela allo stagno più vicino e, bagnando e ribagnando uno straccio quasi pulito nell'acqua naturalmente calda, lavò accuratamente la parte inferiore del corpo della ragazza.
'Dev'essere proprio una ragazzina, così gracile! no, non è gracile, è sottile.'
Seppur non molto esperto di donne, Yussuf si rese tuttavia immediatamente conto che il pube della ragazza non era rasato, al contrario delle donne Afridi, Pathan, Waziri o Punjabi e che, certamente, la ragazza non aveva subito le frequenti mutilazioni rituali, dettate che siano da tradizione o da religione.
Una volta che l'ebbe lavata per bene, le spalmò delicatamente le escoriazioni con un po' di ghee, la margarina, in effetti l'unica cosa nel suo bagaglio che potesse servire da unguento. Rimise accuratamente al loro poso i pantaloni, le applicò un cerotto sul lobo strappato dell'orecchio, gettò nel fuoco l'abito stracciato e insanguinato, sostituendolo con una delle sue camicie di scorta. Abbottonandola con cura.
Sollevò tra le braccia la ragazzina e la portò tra le palme dall'altro lato degli stagni, il più lontano possibile dai miserandi resti del massacro, scegliendo accuratamente un posto ben sopra vento. Nel portarla in braccio come un bambino, si stupì nel sentirla così morbida, eppure così leggera.
Le fece bere ancora un po' d'acqua e, tenendola quasi in braccio e cullandola piano, come fosse stata un lattante, le fece mangiare un po' di chapatti, focaccia ripiena di legumi al curry. Poi ravvivò un focherello, preparò il tè e le dette un paio di tazze di chai, lo scurissimo e zuccheratissimo tè che si beve in tutto il sub-continente indiano. Non aveva latte, ma andava ugualmente bene così.
Passò la notte seduto sulla coperta della sella, la schiena appoggiata all'alto arcione, tenendo la ragazzina tra le braccia, coprendola col mantello che teneva sulle spalle contro il freddo notturno, cullandola. Guardava le stelle, canticchiando una nenia che credeva dimenticata, forse una ninna-nanna che gli aveva cantato sua madre, tanti anni prima, Sentendosi non poco ridicolo, sussurrava parole dolci e le carezzava il viso, quando quella si svegliava urlando di terrore. Si vergognava tremendamente:
'Ma come! io, un prode guerriero, che mi comporto come un'ayah, una vecchia nutrice?
Yussuf quella notte, scoprì la pietà, un sentimento sconosciuto, totalmente assente nel deserto, e subito dopo scoprì la tenerezza, un dono anch'esso molto raro e prezioso, rarissimo tra le pietrose montagne del N.W.F. dove lui era cresciuto.
La luna era quasi piena e gli tenne pietosamente compagnia per buona parte di quella lunga e strana nottata.
04 UNA DONNA BELUCHILe donne Beluchi non subiscono mutilazioni sessuali in tenera età, non si coprono il viso col burqa né col velo, non si radono il pube, non si nascondono in presenza di estranei.
Godono quindi, in tutto il N.W.F., di una solida seppur totalmente immeritata fama di lascive sharmutte, mignotte, pericolose e insaziabili ninfomani.
Le donne Beluchi vestono il solito pijama shawal delle donne Musulmane nella parte occidentale del sub-continente indiano. Il pijama shawal è composto da larghissimi pantaloni sbuffanti, che possono avere un giro-vita di oltre tre metri e che terminano alla caviglia con una specie di polsino da camicia, da un aderente corpino a maniche corte di tela o maglia ed infine, da un abitino che giunge fino oltre il ginocchio e ricorda gli scamiciati di una volta. Non hanno velo, ma una sciarpa leggera.
I colori tradizionali degli abiti sarebbero il rosso vivo ed il blu vivacissimo ma, dopo qualche tempo, il fumo dei fuochi ed il sudiciume li trasformano in bordeaux e blu spento. I loro poveri monili, orecchini, braccialetti e collane, sono formati da antiche monetine, ormai da molti decenni fuori corso, ma che, se d'argento, i cambiavalute dei bazaar accettano ancora.
Le donne Beluchi sono alte, snelle e molto forti, perciò vengono spesso assunte nei cantieri edili per trasportare mattoni, che portano sulla testa, camminando come regine.
Yussuf sapeva tutto questo per averlo sentito dire, dalle chiacchiere attorno ai falò, nelle baracche lungo le strade, dove ci si può fermare a bere una tazza di chai, tè a volte rinforzato con bang, che altro non è se non la nostra vecchia amica marijuana.
Quando la ragazzina si svegliò al mattino e si trovò tra le braccia di un intorpidito ed assonnato Yussuf, ebbe un sussulto ed un gridolino di paura, subito represso. S'impara presto, nel N.W.F., a non irritare chi non si conosce, ed anche chi si conosce, se è per quello.
Yussuf le sorrise e si accorse che la ragazza lo fissava stupita, dicendo qualcosa.
'Che cosa dici?' le chiese Yussuf in Afridi, e ripetè la domanda in Pushtu e poi in Urdu.
La ragazza sorrise debolmente: 'Parlo Urdu e anche un po' di Afridi. Noi Beluchi dobbiamo imparare molte lingue, perché nessuno mai conosce la nostra. Ti chiedevo se sei un dola admi, un Uomo Bianco.'
'No, io sono Afridi, mi chiamo Yussuf Mohamed Ben Afridi, figlio del Capo Mustafa. Perché me lo chiedi?'
'Credevo che soltanto i Dola Admi avessero gli occhi chiari.'
Quando Yussuf cercò di alzarsi dalla posizione che era ormai diventata molto scomoda, la ragazza ebbe un guizzo e scappò spaventata alcuni passi più in là. Poi vide la scena al di là degli stagni e si fermò di botto. Le lacrime le scesero lungo le gote, chinò il capo e curvò le spalle, come ad attendere una punizione. Yussuf le si avvicinò e le mise un braccio attorno alle spalle tremanti.
'Non temere, adesso non ti succederà più nulla di male. Ti porterò sempre con me e ti proteggerò io. Non temere. Non devi avere più paura.'
La ragazzina si girò e gli si strinse contro il petto, piangendo con piccoli rapidi singhiozzi ed un lamento sottile e continuo, davvero disperato.
Yussuf la lasciò piangere per un po' e poi le disse:
'Ora basta, ragazza! tanto non serve a niente. Evidentemente era scritto e che la pace di Allah sia con loro. Aiutami invece a preparare il tè.'
Nel deserto di sabbia non c'è possibilità di appartarsi, a meno che uno si allontani di alcune miglia. Non c'è privacy per la propria toilette. Uno soddisfa le proprie necessità, sperando che gli altri fissino intensamente l'orizzonte al lato opposto.
Cosa che Yussuf fece pudicamente, quando la ragazzina si allontanò di qualche metro. Ma poi udì nuovamente il gemito e la vide inginocchiata sulla sabbia, il capo a terra. Per un attimo pensò stesse pregando, ma poi vide che piangeva e che torceva la bocca e le mani dal dolore.
Le andò nuovamente vicino, la prese per la mano e la portò alla sella, dove si appoggiò tenendola nuovamente tra le braccia e cullandola piano, finché la ragazzina, spossata dal pianto, si addormentò quietamente. Fino a sera, quando Yussuf preparo il tè per tutti e due.
Yussuf era così stanco, intorpidito e assonnato che prese la decisione di fermarsi un altro giorno, giustificandosi col voler far riposare e rinfrancare la ragazzina.
Da allora e per molti mesi, la ragazzina si addormentò ogni sera soltanto se si trovava tra le braccia di Yussuf, col capo sulla sua spalla, accucciata contro di lui come un cagnolino.
E Yussuf la cullava e le carezzava la fronte col palmo della mano, vergognandosi un po' se ogni tanto, e accadeva sempre più spesso, notava la gamba di lei che si insinuava tra le sue, o un morbido seno che premeva contro il suo petto, o la mano di lei che gli si infilava tra i bottoni della camicia, il respiro di lei che gli solleticava l'orecchio. Tutte cose che lo eccitavano terribilmente, ma si rimproverava dicendosi:
'Yussuf, sei davvero un animale, è solo una bambina ed ha sofferto terribilmente. Cosa vorresti fare?'
Yussuf non si rispondeva neanche, perché sapeva benissimo cosa avrebbe voluto fare. Aveva visioni chiarissime, molto dettagliate, di quello che avrebbe voluto fare con Sheeba. Ma non osava confessarselo.
E passava gran parte della notte guardando le stelle, ascoltando contento il respiro lieve e regolare della ragazzina, notando con piacere che gli incubi erano terminati ed i terrori notturni avevano ceduto il passo a sereni sorrisi, profondi sospiri e soddisfatti mugolii.
05 UN CAPO TRIBÙ'Vergognati! portarti dietro fin qui in casa mia una sharmutta Beluchi, una mignotta vagabonda! Hai disonorato la mia casa!'
'Ma perché Padre? Non dice forse il Libro che bisogna aiutare e soccorrere chi ingiustamente soffre? E' soltanto un cucciolo ferito, una bambina brutalizzata dai predoni, che colpa ne ha lei?. Tu stesso, quand'ero bambino, mi insegnasti a prendermi cura di un cagnolino ferito.'
'E' la figlia di una tribù di impuri vagabondi ed ora poi . è doppiamente impura, essendo stata insozzata da chissà mai quale cane.'
'Be', visto che lei è una vagabonda, è molto probabile che i violentatori e assassini fossero dei veri credenti.' ribattè Yussuf con ferrea logica.
Ma la sua risposta ebbe solo l'effetto di ravvivare lo sdegno paterno:
'Come osi rispondermi? Non hai nessun rispetto per tuo padre?'
'Padre, io certo ti rispetto e ti onoro e ti amo. Ma non puoi chiedermi di abbandonare la ragazzina in mezzo al deserto. Non posso, ormai è sotto la mia responsabilità.'
'E chi lo dice, questo?'
'Credo che me lo dica il mio onore, o la mia fede. Non so, ma penso che sia il mio dovere.'
'Il tuo dovere è fare quello che ti ordina tuo padre.'
'Padre, con tutto il rispetto, questa volta non posso ubbidirti.'
'E allora, fuori dalla mia presenza, fuori dalla mia casa, fuori dal mio villaggio. Tu non sei mio figlio, sei solo un cane degno di quella cagna. Vattene con la tua sharmutta Beluchi. Vattene con la tua sharmutta, la tua mignotta Beluchi. Questo è il mio volere, questa è la mia parola, vattene, e che io non ti riveda mai più. Ti farei uccidere.'
'Padre, farò come tu vuoi, e ti ubbidisco seppure con grande, grandissimo dolore, perché ti amo e ti onoro. Ma non mandarmi contro nessuno, non ritornerebbero al villaggio. Questa è la mia parola. E la pace sia con te.'
Il vecchio si alzò, tremando di rabbia, in tutta la sua statura, ma era pur sempre almeno tre dita più basso di Yussuf.
'Oseresti sfidarmi, forse?' e pose la mano sull'impugnatura del pugnale.
'No di certo.' rispose Yussuf senza però abbassare gi occhi 'Non oserei mai alzare la mano su di te. Ma lo farei su chiunque altro, anche se fosse stato inviato da te.'
Mohamed Mustafa ben Afridi considerò per un attimo quel suo strano figliolo e disse amaramente:
'E pensare che eri il mio preferito!'
'Che ti ha sempre servito fedelmente e amato molto.' rispose Yussuf.
'Taci e smetti di rispondere, insolente. Vattene, vattene dalla tua cagna Beluchi, e che non ti veda mai più.'
'Non credo che mi daresti la tua benedizione, se te la chiedessi, quindi non te la chiederò. Addio, padre. Mi spiace.'
Così Yussuf uscì dalla tenda del padre, essendo stato scacciato dal villaggio a causa di quel suo strano senso di pietà.
Perché nel N.W.F. la pietà è un sentimento assolutamente sconosciuto, un sentimento che non può essere capito, perché semplicemente, nel N.W.F. la pietà non esiste.Mohamed Mustafa ben Afridi era diventato capo del villaggio invece del fratello maggiore, perché era stato in pellegrinaggio alla Mecca. Era quindi un Hagi, un sant'uomo. Era perciò dìventato anche il mullah, il prete o capo spirituale del villaggio.
Quando Mustafa aveva una diecina d'anni, il Governo Pakistano, per celebrare uno dei primi anniversari dell'Indipendenza dalla Gran Bretagna e della creazione della Repubblica Islamica, aveva organizzato un massiccio e quasi gratuito pellegrinaggio alla Mecca, assegnando ad ogni tribù della frontiera un ristrettissimo numero di posti. Il padre di Mustafa riservò due posti, uno per sé stesso e l'altro per il figlio prediletto, ben sapendo che tale esperienza avrebbe conferito carisma ed un indubbio ascendente al figlio, una volta che fosse diventato adulto.
Nel suo girovagare senza una meta precisa, per evitare le pattuglie Britanniche quasi al confine con l'allora indipendente sultanato di Swat, il padre di Mustafa era capitato per puro caso in un'idilliaca valletta d'erba smeraldina, solcata da un torrente di limpida e gelida acqua che scendeva da alte vette le cui cime erano coperte di neve. Inoltre, la piccola valle era completamente isolata, fuori mano e totalmente disabitata. Vi si accedeva solamente attraverso un'unica gola tra le rocce, tortuosa e stretta e quindi facilmente difendibile.
Il padre di Mustafa vi aveva piantato il suo campo ed in breve, parenti ed amici lo raggiunsero numerosi, costruendo bassi tuguri di pietre piatte, cementate tra loro da una malta di terra e sterco. Il villaggio era stato recintato da un muro a secco, poiché le grigie pietre piatte erano disponibili in quantità illimitata, provenendo dalle numerose frane di rocce schistose sui fianchi delle montagne.
I campi vennero ben presto coltivati, producendo sorgo, miglio, girasole e avena e colza, quella rapa foraggiera che, oltre ad una gran massa verde, produce una miriade di bellissimi fiorellini d'un giallo vivace ed una miriade di piccoli semi ricchi di olio. Infine, vennero piantati campi e campi di papavero da oppio dai grandi fiori rossi, bianchi, violetti e rosa, la cash crop della frontiera, la coltura da reddito dei poverissimi. Il panorama che la vallata offriva era splendido per i molti colori, il clima favorevole, la zona sicura ed i componenti della tribù si consideravano fortunati, ricchi e contenti.
Quando Mustafa diventò il capo della tribù, con la sua energia ed intraprendenza dette nuovo impulso alle attività commerciali paterne, che erano state il contrabbando d'armi e d'oppio. Con l'indipendenza, il traffico d'armi era per un po' quasi scomparso, ma provvidenzialmente vari focolai di conflitto armato si riaccesero ben presto oltre frontiera, in Iran, in Kashmir ma, più che altro, si sviluppò il traffico di droga, seppur ufficialmente ostacolato dal Governo.
Infine, con la guerra contro i Sovietici, un fiume di dollari si riversò nella zona, finendo naturalmente nelle mani rapaci di pochi feroci e spietati capi tribù, tra i quali Mustafa.
Questi però nel frattempo, non era rimasto con le mani in mano, poiché era un acuto ed attento osservatore delle debolezze umane. Ben presto, aggiunse alle proprie attività commerciali il traffico di favori sessuali. In questo era favorito dalla lunga guerra contro l'Armata Rossa in Afghanistan, che contrapponeva ingenti masse di uomini, dall'una e dall'altra parte, impegnati a scannarsi vicendevolmente per mesi, ma senza donne al seguito.
Questo avrebbe potuto essere un problema non troppo grave, perché è pur vero che l'omosessualità d'ambo i sessi è un fenomeno molto diffuso nel N.W.F., e socialmente accettato senza troppi problemi.
I fieri e truci guerrieri Pathan, all'apparenza così belli, virili e feroci da turbare e sconvolgere le turiste occidentali, sono in realtà delle checche tremende, un po' come Achille e Patroclo, per dirla in termini classici. D'altra parte, le magnifiche donne della frontiera, dagli splendenti occhi verdi e le curve voluttuose, ardenti ed esperte maestre di tutte le più raffinate arti dell'alcova, gioia e sollazzo del vero credente, hanno tutte almeno una fidanzata devota.
Tra mogli, quasi mogli, favorite, concubine, amanti, serve, schiave, cugine, sorelle, cognate e nipoti, Mustafa (che non aveva troppi scrupoli), organizzò rapidamente un grande e variegato bordello, che divenne presto molto popolare, rinomato, frequentatissimo e molto redditizio.
Mustafa accumulò in pochi anni una sostanziosa fortuna, giacché continuava la lucrosa attività del contrabbando d'armi e di informazioni riservate. I Russki ridacchiavano con scherno e disprezzo, ma in realtà fasci di fucili e casse di granate da mortaio passavano insospettate sotto il loro naso.
Per usare un linguaggio molto sintetico, quasi telegrafico ma realistico, Mustafa era uno sporco trafficante di droga, un losco contrabbandiere di armi e di valuta, un lurido mercante di schiavi, un ignobile tenutario di bordello che offriva non solo donne ma anche bambini d'ambo i sessi.
Peraltro, come accade a tutte le latitudini, Mustafa era ritenuto (e forse si riteneva egli stesso), un integerrimo uomo d'onore, un pilastro della comunità, un esempio di rettitudine ed il guardiano inflessibile e severo della condotta morale e religiosa della sua gente.
06 LA DOTE DELLA VEDOVA
Yussuf uscì dalla tenda del padre tremando di rabbia e fremendo per il senso d'ingiustizia causato dalla punizione subita. Anzi, era una vera e propria condanna. Yussuf non avrebbe mai saputo il significato della parola ostracismo, ma era appena stato scacciato dalla sua tribù, dalla sua famiglia. Privato dei suoi diritti e dei suoi doveri, delle sue più preziose proprietà, il giovane e forte cammello bianco ed l' AK 47 sovietico, che lo proclamava uno dei migliori guerrieri della tribù. Bandito dalla presenza paterna e privato dei suoi affetti, condannato a vagare senza patria, senza appartenenza. Sarebbe diventato un predone, oppure un mendicante, od avrebbe dovuto trovarsi un impiego come chokkidar, guardiano notturno, in una casa di ricchi in città. Oppure, arruolarsi nell'esercito pakistano.
Si recò nella tenda che aveva diviso coi fratelli e depose il Kalashnikov e la giberna con i quattro caricatori ricurvi, da cinquanta colpi l'uno sul charpoi, il letto di stringhe che era stato fino ad allora il suo giaciglio. Anche se lui preferiva di solito dormire all'aperto.
Mustaq, il fratello maggiore, che era stato sempre un po' invidioso di Yussuf per i suoi occhi azzurri e per l'indubbio favore che il padre gli dimostrava, prese in consegna con un sogghigno di scherno l'arma sovietica e le munizioni e gli consegnò in cambio un vecchio Lee Enfield inglese, che doveva aver visto almeno la Seconda Guerra Mondiale, e quattro caricatori da sei colpi ciascuno.
'Contento?' gli chiese amaro Yussuf.
'Ogni cane incontra prima o poi la propria punizione.' citò Mustaq sussiegoso.
Yussuf si trastullò per un attimo con la piacevole prospettiva di piantargli il pugnale ricurvo nello stomaco, ma Mustaq stava in guardia, i nerissimi occhi attenti e la mano destra molto vicina al fucile posato sul charpoi.
In silenzio andarono al recinto degli animali, dove Yussuf dovette consegnare la sua bella sella di morbido cuoio rosso ed il suo giovane veloce cammello, ricevendo in cambio un vecchio cammello spelacchiato ed una sella lisa e rattoppata.
Sellò l'animale, attaccò alla sella i suoi pochi averi e lo portò all'entrata del villaggio, dove Sheeba lo attendeva, accucciata a terra, guardata con malevola curiosità e disprezzo da alcune donne e qualche ragazzino.
Tenendo il vecchio Lee Enfield nel cavo del gomito, Yussuf guardò a lungo in silenzio, gli astanti negli occhi, uno per uno, finché quelli abbassarono lo sguardo e si allontanarono svelti.
'Torno subito, non temere. Nessuno oserà farti del male. Sono solo cani, figli di cagna.'
E si allontanò per andare a salutare sua madre.
Surryiah era stata un tempo, una famosa bellezza della Frontiera, ed il padre di Yussuf aveva pagato molte capre e molte rupie ed alcuni fucili per averla. Ma erano passati quasi vent'anni da allora, e la vita della frontiera è molto dura per le donne delle tribù.
Surryiah non piangeva, aveva da anni ormai imparato a non piangere, a nascondere il dolore, l'umiliazione e la solitudine dietro a quell'espressione impassibile così caratteristica delle donne della Frontiera. Piangere non risolve niente, serve solo a farti schernire e spesso ad essere picchiata.
Posò in silenzio la mano ormai callosa e rugosa, ma che era stata sottile ed elegante, sulla fronte del figlio con un gesto a metà tra la benedizione e la carezza ed accettò con un sospiro il bacio devoto che questi posò sulla mano. Le lunghe dita erano piene di piccoli tagli e bruciature, le unghie spezzate. Non era certo più la mano di una bella principessa, ma Yussuf la baciò con immenso affetto, però in silenzio. Spesso le parole, come le lacrime, non servono a niente.
'La pace di Allah sia con te, figliolo, e con la tua donna, se tu l'ami davvero.'
'Non lo so mica, Madre.' rispose sinceramente Yussuf, e si sorprese nell'udire le sue stesse parole. 'Non lo so mica se l'amo. Ma è una ragazzina, una povera creatura che soffre senza nessuna colpa, senza che nessuno le offra un po' di protezione, all'infuori di me. Tutto qui.'
'Se questo non è amore ' sospirò la donna 'Allora vorrei aver avuto ai miei tempi, un po' di questa protezione, per la quale un giovane e fiero guerriero sfida padre, capotribù, Iman e lascia la sua gente.'
Andò verso un angolo della tenda, e ne tornò tenendo tra le mani uno di quei gilet rossi adorni di ricami complicati e di pezzetti di specchio.
'Prendi questo, è il mio regalo per voi.'
'Grazie Madre, ma forse è un po' troppo elegante per la vita che ci attende.' si schermì Yussuf.
'Tu sei un uomo, e voi uomini non capite mai niente. Questa è la mia dote da vedova'.
Vedendo dall'espressione del viso di Yussuf che il ragazzo continuava a non capire, spiegò:
'Tutte noi donne, appena sposate, per tutta la vita accumuliamo all'insaputa dei mariti, pian piano, anna dopo anna, monetina dopo monetina, rupia dopo rupia, una certa somma, nel caso dovessimo rimanere vedove. Se succedesse a me adesso, dove potrei andare? Né i tuoi fratelli né i tuoi cognati mi vorrebbero di certo con loro. Però, adesso che tu non ci sarai più, io non durerò molto a lungo credo, e questo ' alzò il gilet ricamato 'questo non mi servirà più. Prendilo quindi, qualsiasi cambiavalute lo accetterà e ti pagherà una buona somma. Negli orli sono cucite molte rupie d'argento e due o tre monete Inglesi di gran valore ed alcune pietre molto lucenti. Prendi figliolo, e che la mano di Allah ti accompagni.'
'Che Allah vegli su di te, Madre.' rispose Yussuf, nascondendo il gilet sotto il mantello ed uscendo in fretta dalla tenda. Non è il caso che un guerriero versi lacrime di fronte a qualcuno, neanche di fronte alla propria madre.
Tornò velocemente all'uscita del villaggio, dove Sheeba lo aspettava, seduta a gambe incrociate accanto al vecchio cammello.
Un poco più in là, suo fratello Mustaq guardava lascivamente il volto scoperto della ragazza.
Yussuf la prese per un braccio, quasi all'ascella e la sollevò di peso fin sulla sella e, mentre faceva alzare l'animale, come per caso puntò il fucile direttamente in faccia a Mustaq. La distanza era certamente inferiore al metro.
Il Lee Enfield è solamente un calibro .30, ossia il diametro del proiettile raggiunge a malapena gli 8 millimetri, ma la bocca di un fucile puntato è un foro che può a volte sembrare grande come l'entrata di un tunnel.
Mustaq illividì, al vedersi il foro nero della bocca del fucile puntato proprio in mezzo agli occhi.
Fu la volta di Yussuf ad avere un insultante sorriso di scherno.
'Addio Mustaq, spero di non rivederti mai più ma, se ci dovessimo incontrare ancora, ricordati che tu mi rivedresti così. Ricordalo.' e si allontanò a grandi passi dandogli sdegnosamente la schiena, dando sdegnosamente la schiena a tutta la sua vita passata, a tutto il suo futuro, a tutti i suoi ricordi, a tutta la sua stessa essenza di orgoglioso guerriero Afridi.
Alzò gli occhi e sorrise con incoraggiamento a Sheeba, che stava appollaiata sul vecchio cammello, aggrappata all'arcione della sella, ondeggiando con l'ambio dell'animale. Sheeba gli sorrise di rimando, ma aveva il bel viso inondato di lacrime.
'Che strano, la ragazzina piange per me.' pensò Yussuf stupito, perché non era avvezzo a certe tenerezze. E si stupì ancor di più, perché si rese conto che stranamente, la cosa gli faceva un certo piacere.
Dopo qualche miglio percorso in silenzio, la ragazzina lo sorprese chiedendogli d'improvviso, indicando il vecchio cammello:
'E lui come si chiama?'
'Non lo so davvero!' rispose Yussuf, che non aveva mai pensato di chiedere il nome di un cammello. 'E' un cammello e basta. Noi in lingua Afridi diciamo Hut, in Urdu Ut.'
'Salaam, Ut sahib, kihan kahleh, buongiorno, signor Cammello, come va?' scherzò la ragazzina, e dette un colpetto col piede al collo del cammello.
Come in risposta, il vecchio Ut emise un suono di gola, sembrava quasi contento. La ragazzina rise, e Yussuf si rese conto che in fondo, non era neanche tanto infelice.
07 IL CAMBIAVALUTEAssieme al dentista ed allo scrivano, il cambiavalute è una figura importantissima e caratteristica dei mercati delle città di frontiera.
Il cambiavalute siede un po' in disparte, accanto alla sua cassaforte portatile, spesso così grossa e pesante da essere permanentemente montata e inchiavardata su di un carro trainato da due mastodontici bufali neri. Le ruote del carro non hanno i raggi, sono due enormi e pesanti dischi pieni. I bufali hanno grosse corna lunate che partono da metà fronte e sembrano capelli, malamente divisi da una maldestra scriminatura.
Negligentemente appoggiato contro l'altro lato del carro, la guardia del cambiavalute osserva la gente con un fare che sembra distratto e annoiato, ma l'occhio è vigile ed il dito resta appoggiato al grilletto del mitra. Il contenuto della pesantissima cassa fasciata di grosse strisce di ferro e chiusa da lucchetti così grossi da apparire teatrali, può essere a volte di gran valore. Per esempio, in occasione della vendita dei grigi pani d'oppio o dei neri blocchetti di hash, il succo rappreso della marijuana. In una città di frontiera il cambiavalute è un personaggio necessario, prezioso, insostituibile.
Il cambiavalute reclamizza la propria bancarella con una serie di cannucce piantate nel terreno, con l'estremità superiore spaccata. Nella sottile fenditura verticale vengono infilate grosse banconote multicolori che, ben strette dalla cannuccia che si richiude, vibrano allegramente al vento, facendo tutte insieme uno strano brusio, come un alveare. Le banconote da reclame sono in genere fuori corso ormai da molti anni. Può capitare di trovare un biglietto da 50 rubli della Banca Imperiale Russa, quella Zarista, ante 1919. La banconota è forse una rarità, forse non ha alcun valore. Però è di un bel rosso acceso, garrisce al vento e fa una bella macchia di colore.
La cassaforte ha una serie di cassetti e ripiani, alcuni con le fenditure per tenere le monete ben ordinate. Il cambiavalute vende e compra Sovrane d'oro Britanniche, sterline col profilo di Vittoria e la sigla VR, Marenghi napoleonici, Krugerrand molto recenti, piastre, rupie, talleri di Maria Teresa che, dopo un'onorata carriera in Etiopia, ancora hanno corso in molti paesi. Soprattutto dollari, che però devono assolutamente recare la scritta In God we trust, confidiamo in Dio. Chissà perché, i biglietti delle emissioni più recenti, che non recano quella scritta, pur essendo perfettamente legali non sono ben accetti nei paesi musulmani. Con le guerre Afghane, i dollari la fan da padrone, in grossi rotoli legati con un sudicio spago, oppure in grossi pacchi, avvolti in una morbida pelle d'agnello, che sembra uno di quegli stracci giallastri usati per lavare l'auto.
Il cambiavalute vende e acquista monili d'oro e d'argento e piccole gemme, fa un po' da banco dei pegni, un po' da strozzino e un po' da banca.
I suoi clienti possono esser donne completamente velate dal burqa, dame profumate che offrono o acquistano preziosi gioielli, o povere contadine con la loro dote della vedova, accumulata durante anni di silenzioso furtivo e paziente risparmio. Sono spesso mercanti che si recano oltre confine, o che d'oltre confine sono appena tornati. Capitribù che hanno venduto il loro raccolto d'oppio, che hanno venduto i loro giovani cammelli come ogni primavera, che hanno venduti i loro giovani servi d'ambo i sessi, perché lo schiavismo non è affatto scomparso, anche se ha ipocritamente cambiato nome. Truci guerrieri, protetti da altri masnadieri altrettanto truci, che devono acquistare fucili, munizioni, mortai, missili anticarro. Tutta merce tranquillamente venduta alla luce del sole in una speciale sezione del mercato. Quella accanto a quella degli stupefacenti.
Oppure, un guerriero che vuole comprare una nuova moglie che viene d'oltre frontiera, forse da oltre Thaskent. Una moglie giovane e bella e quasi bianca, che probabilmente non parla una sola parola di nessuna delle molte lingue parlate nel N.W.F. ma che importa? Una donna non deve mica parlare!
Il cambiavalute serve anche per il riciclaggio di denaro, frutto di rapine o altri illeciti negozi. Ma nel N.W.F., di negozi illeciti oggigiorno ne sono rimasti davvero pochi. Non certo perché ci sia stata un'improvvisa ventata di moralità, ma perché, con le guerre in Afghanistan e nel Kashmir tutto, veramente tutto, è diventato lecito e tollerato.
Il cambiavalute salutò Yussuff con un largo sorriso, aspettandosi la solita transazione in grassi rotoli di biglietti da cento dollari, come Yussuf era solito condurre in passato. Si meravigliò non poco quando Yussuf srotolò il fazzoletto grigio e ne trasse il mucchio di monetine, monete, anelli, biglietti e pietruzze semipreziose, la dote della vedova che aveva pazientemente scucito la sera prima dal gilet rosso e ricamato, adorno di specchietti di sua madre, aiutato da una stupefatta Sheeba.
'Hai svaligiato tua madre?' scherzò il cambiavalute, forse unico uomo nel raggio di mille miglia a conoscenza del segreto delle donne della Frontiera, ma si pentì immediatamente dello scherzo.
Yussuf lo fissava in silenzio con quei suoi occhi azzurri, di solito così allegri, al massimo attenti, assorti, o curiosi.. Ma che adesso erano improvvisamente diventati freddi, molto freddi. Adesso erano davvero minacciosi.
Il cambiavalute ebbe un piccolo brivido, questi Afridi erano ancor più imprevedibili dei già volatili Pathan! e pensò che, quel giorno, l'ala della morte lo aveva sfiorato. Senza aggiungere altro, estrasse la piccola bilancia, un taccuino, una matita ed un piccolo calcolatore elettronico a batteria, che appariva incongruo nel contesto quasi medievale.
Yussuf non aveva mai visto niente di simile in vita sua, e sgranò gli occhi al vedere le cifre nere apparire e scomparire sulla striscia grigia. Naturalmente non disse nulla, perché un guerriero non si meraviglia mai di niente, la curiosità è cosa da femmine.
Lo sanno bene i turisti occidentali, che le prime volte non capiscono come mai il solitario cammelliere armato di fucile passi loro accanto, nello sterminato e totalmente vuoto deserto, senza degnare di un solo sguardo loro e le loro donne semi svestite.
Il cambiavalute lavorò per svariati minuti e poi scrisse in numeri arabi una cifra su un pezzo di carta che mostrò a Yussuf. La cifra era molto superiore a quella che Yussuf si aspettava, ma naturalmente mascherò la propria sorpresa, fece finta di pensare per un momento, poi assentì gravemente.
Il cambiavalute si sentì molto sollevato e nella fretta, urtò col braccio la delicata bilancia di precisione, rovesciandola e facendola cadere dal tavolo. Ma la mano bruna di Yussuf si mosse appena, lentamente ed afferrò la bilancia prima che questa toccasse terra. Lentamente, molto lentamente, la rimise sul tavolo, sempre fissando il cambiavalute negli occhi.
Il cambiavalute contò velocemente numerosi biglietti in rupie pakistane sotto lo sguardo attento del ragazzo, ne fece un pacchetto e lo consegnò con un sorriso.
'Accha, ecco qua.' disse il cambiavalute.
'Shukria, effendi, shukria mirbani.' ringraziò educatamente Yussuf, cui era stato insegnato il rispetto per gli anziani. 'La pace sia con te.' e si allontanò tra la folla.
Il cambiavalute trasse un profondo sospiro e si sbottonò la camicia senza colletto che, stranamente, gli stringeva il collo. Con l'indice sentì che il proprio corpo era madido di sudore. Sospirò profondamente con sollievo e, parlando a sé stesso, al cielo, al Santo Profeta, la pace sia con lui, disse a voce alta:
'Questi Afridi sono davvero dei tipi poco raccomandabili!'
La guardia lo guardò con aria interrogativa, ma il cambiavalute disse sorridendo sollevato:
'Non è nulla, Tahir, non è nulla, ma portami una tazza di tè, per favore.' E con la mano giocherellava con la bilancia di precisione, osservandola attentamente, come se non l'avesse mai vista prima.
Prima di tornare da Sheeba, Yussuf passò dal venditore di cibo e comprò alcuni spiedini di pezzi di bue e di montone molto piccanti, i famosi shis kebaab, dei pezzi di pollo, una terrina di riso pillau, una pila di chapati, un'altra terrina di curry di dahl, una sorta di lenticchie. Comprò anche un dolce di bianca pasta di mandorle rivestito di una sottilissima foglia d'argento, un'abitudine del sub-continente, quattro Coca Cola ed un fastello d'erba per Ut il vecchio cammello. Tutti gli ingredienti per un vero festino, che consumarono allegramente accanto ad un piccolo fuoco ed al vecchio Ut, che era ormai parte della famiglia.
'E' stato splendido.' ringraziò Sheeba e ruttò delicatamente per mostrare il proprio gradimento per il lauto pasto, inusitato negli ultimi tempi.
Si preparavano tempi duri per i due ragazzi, perché il tragitto da Quetta a Karachi è molto lungo, i punti d'abbeverata distanti tra loro e ci sono pochi miseri villaggi lungo le piste.
Ma erano insieme, e non chiedevano altro. In fondo, era sempre la stessa misera vita che avevano sempre avuto. La sola vita che il nomade del N.W.F. può ragionevolmente aspettarsi.
08 PREDONE PER FAMELa tempesta di sabbia era durata ininterrotta per quattro giorni e quattro notti. Quando il forte vento dell'Est solleva enormi turbini di polvere che oscurano il sole, non è certo il caso di viaggiare. Animali e persone si accucciano dietro qualsiasi riparo possano trovare, schiena al vento, viso o muso il più possibile al riparo, movendosi solamente quel tanto che consenta di scuotersi di dosso lo strato di sabbia, quando raggiunge il palmo di spessore. Durante una tempesta di sabbia è' consigliabile non dormire o farlo a turno, per non restare sepolti dalla sabbia durante il sonno. Spesso intere carovane sono scomparse nel nulla e solo dopo molto tempo, a volte anni, mucchi di ossa sono venuti alla luce del sole, scoperte dall'incessante gioco del vento assassino, che fa camminare veloci le dune nella loro marcia inarrestabile, che inghiotte strade, case e villaggi.
Erano rimasti quattro giorni acquattati dietro una piccola scarpata, un rilevo di poco più di un metro, forse un costone di roccia che quasi affiorava dalla sabbia. Erano rimasti quasi immobili, il capo, il volto, il naso e la bocca coperti dal lembo del mantello, gli occhi socchiusi, la bocca ben chiusa, respirando il meno possibile, movendosi il meno possibile per minimizzare la necessità di respirare. Il vecchio Ut pareva addormentato, tanto restava immobile come una statua pelosa e puzzolente, con l'istintiva sapienza dell'atavica lotta per la sopravvivenza. Era peloso e puzzolente, ma il suo grosso corpo contribuiva a formare un riparo.
Per fortuna avevano un'abbondante riserva d'acqua ed erano vicino ad un pozzo, ma il cesto di foglie di palma intrecciate che conteneva i loro pochi viveri era stato preso da una raffica ed era rotolato lontano molto velocemente, così velocemente che Yussuf rinunciò presto a inseguirlo, nel timore di perdersi lui stesso nel turbinare della polvere scura.
Cosi che, quando il vento finalmente era cessato dopo quattro giorni e quattro notti, e dopo che passata qualche altra ora la polvere si era posata ed il sole era riapparso, seppur velato, i due ragazzi avevano una fame tremenda.
Sheeba era debolissima e Yussuf le dette un pezzo di zucchero da succhiare. Lo zucchero rianimò la ragazza, ma era un effetto temporaneo, Yussuf lo sapeva bene.
Il viaggio era stato lungo, molto lungo e molto stancante. Per i primi giorni, temendo di essere inseguiti dai sicari del padre o dallo stesso Mustaq, il vendicativo e invidioso fratello, si erano fermati in lunghi insidiosi agguati, per sorprendere eventuali inseguitori. Spesso avevano compiuto dei veri e propri cerchi nel deserto, così da trovarsi eventualmente alle spalle di chi avrebbe potuto inseguirli. Yussuf utilizzava tutti i trucchi che conosceva e quelli che aveva udito descrivere dai mujehaideen reduci dalla lunga guerra contro i Russki. Ed altri ancora ne escogitava lui stesso.
Adesso, seppur spossato dal digiuno, era abbastanza tranquillo. Chiunque fosse stato sulle loro tracce avrebbe dovuto tornarsene a casa a mani vuote perché nel deserto, dopo quattro giorni di tempesta di sabbia, di tracce non ne restano proprio.
Yussuf era tranquillo, ma aveva una gran fame.
Il vecchio Ut aveva bevuto in abbondanza l'acqua del pozzo, che era molto salmastra, ma evidentemente a lui la cosa non dava alcun fastidio. Il vecchio cammello era quello dei tre che stava meglio. Dopo quattro giorni di riposo, a Yussuf Ut pareva adesso quasi arzillo. L'animale fece tre o quattro passi, alzò il brutto muso verso il sole, mosse curioso le orecchie e le narici, annusando profondamente l'aria ed infine emise quell'orribile suono così sgradevole che è il belato dei cammelli. Doveva aver visto, sentito o annusato qualcosa.
Yussuf fissò a lungo l'orizzonte nella direzione nella quale guardava il cammello, ma non vedeva nulla nella sottile nebbiolina di polvere che ancora restava a mezz'aria. Fu Sheeba che soffiò piano un avvertimento:
'Guarda, arriva qualcuno.'
Qualcosa si muoveva, parve dapprima un cammelliere in lontananza ma poi i contorni indistinti della figura presero consistenza e si riconobbe un giovane cammello, un animale forse di pochi mesi, forse ancora un lattante, che vagava sconcertato, certamente sperduto.
'Deve aver perso la madre.' disse Yussuf 'A volte si spaventano, corrono scappano, e poi non sanno più ritrovare la strada per ritornare.'
'Povero piccolo!' disse compassionevole Sheeba 'Che ne facciamo?'
'Aspettiamo che si avvicini, poi lo ammazzo e ce lo mangiamo.' rispose tranquillo Yussuf, mentre sfilava dalla sella la fodera di cuoio in cui custodiva il fucile, ne apriva i legacci e ne estraeva il lungo Lee Enfield, avvolto accuratamente in un lungo pezzo di tela a proteggerlo dalla polvere. La striscia di tela era in effetti il turbante di Yussuf quando viaggiava nel Sind. Laggiù, nel Sud del paese, il suo berretto Afridi avrebbe suscitato troppa curiosità. Mentre stai svolgendo qualche delicata missione di cui non si può parlare, è consigliabile non solleticare la curiosità dei passanti.
'Ma come!?' esclamò Sheeba 'Vorresti ucciderlo?'
Yussuf le fece cenno di abbassare la voce e di stendersi sulla sabbia, poi sussurrò:
'O muore un giovane cammello, o muoiono due giovani esseri umani. Tanto lui, se non lo uccidiamo e mangiamo noi, finisce ucciso e mangiato dagli avvoltoi o dagli sciacalli.'
Il giovane animale si era avvicinato al trotto incerto e sbilenco dei cammelli, reso forse ancor più incerto e sgraziato dalla giovane età, dalla stanchezza e dalla paura, ma attratto dalla visione del cammello che lo fissava intento, senza muoversi.
Il giovane cammello aveva il pelame biancastro e soffice e le lunghe gambe dei giovanissimi, il collo si muoveva facendo ondeggiare la testa curiosa. Si fermò di botto con le zampe fermamente piantate, alzò il muso ed emise un sonoro, acuto belato, al quale il vecchio Ut rispose con un altro belato, breve e profondo.
Yussuf sparò, ed il giovane cammello crollò come abbattuto da una gigantesca mazzata. Sheeba si era coperta gli occhi con le mani.
Yussuf ebbe il suo daffare a sventrare, scuoiare , squartare e fare a pezzi l'animale, mettere a seccare al sole varie strisce di carne, portare alcune centinaia di metri più in là le interiora, le ossa e tutte le parti che non potevano utilizzare, per abbandonarle agli avvoltoi, subito accorsi numerosi, chissà da dove. Ma Yussuf certe domande non se le poneva certamente. Aveva da tempo imparato ad accettare il mondo, così com'era.
Dopo che ebbero mangiato voracemente un abbondante pasto di carne arrostita, resa squisita dalla fame, Yussuf si pulì la destra nella sabbia, coprì il fuoco e disse, quasi a sé stesso:
'E così oggi sono anche diventato un predone, uccidendo e mangiando un animale di proprietà d'altri.'
'E' scritto ' gli disse paziente Sheeba 'E' scritto che un vero credente può mangiare perfino la carne di un cane e può usare della proprietà altrui senza peccare, in caso di necessita, se ha veramente fame.'
Yussuf sorrise e le disse scherzosamente:
'Sei davvero sapiente come un Iman, o donna.'
La ragazza rise e si preparò per la notte, drappeggiandosi morbidamente sul corpo di Yussuf, che ormai da più di due mesi le faceva da materasso. Si rannicchiò contro di lui, dal lato sinistro, per lasciare libera la mano destra del ragazzo, che riposava accanto al fucile. Gli mise il viso sulla spalla, con la fronte appoggiata al collo di lui e soffiò soddisfatta:
'Comunque sia, oggi abbiamo mangiato molto bene. Era molto tempo che non mangiavamo così bene. Bishmallah, grazie a Dio.'
Yussuf giaceva sulla schiena, la testa contro la sella, e guardava intento la luna, che era piena e brillante nel cielo terso. Le ultime tracce di polvere erano state spazzate via da un vento teso, che soffiava ad alta quota.
'Lo sai?' disse pensoso 'Ho sentito dire che dei bianchi, dei Merikani, sono andati volando fin sulla luna.'
'Ma no! Non mi dire!' adesso Sheeba era nuovamente ben sveglia e anche lei si rotolò sulla schiena per fissare con nuovo interesse la luna. 'Non mi prendi mica in giro?' chiese sospettosa.
'E sono anche tornati indietro.' affermò Yussuf.
'A te chi te l'ha detto?'
'L'ho sentito raccontare da un cantastorie a Rawalpindi, ma è successo tanto tempo fa, quando io non ero neanche nato.'
'Sarà mica una delle solite leggende dei bianchi?'
Sheeba era dubbiosa, non sapeva nulla di giornali, di televisione né di imprese spaziali. Il mondo per lei era ancora fermo al medioevo, cultura, scienza e tradizioni. Anche una radiolina a transistor era per lei uno strumento misterioso e comunque troppo caro.
'No, no!' la rassicurò Yussuf 'E' vero, c'erano le figure.'
'E come hanno fatto ad arrivarci?,
'Con un grosso Stinga.' disse Yussuf, facendo riferimento allo Stinger, il missile terra-aria (SAM), molto diffuso in terra di guerriglia, per combattere gli elicotteri.
'Oh allora ' Sheeba era adesso tranquillizzata, stavano parlando di qualcosa che anche a lei era molto familiare. 'Se era uno Stinga abbastanza grosso ..'
Guardò ancora il faccione bianco della luna, sbadigliò, si grattò vigorosamente una natica, mugolò un poco mentre si rannicchiava nuovamente contro Yussuf e disse sonnacchiosa:
'Ma cosa gli importa ai bianchi di andare sulla luna?' E si addormentò di botto.
Yussuf rimase sveglio ancora per qualche tempo. Dopo circa due mesi che tutte le sere si addormentavano così, trovava la cosa piacevolmente familiare e tranquillizzante, ma allo stesso tempo lo rendeva molto nervoso.
Si chiese, meravigliato, di non averci pensato prima:
'E' vero, cosa mai ci sono andati a fare fino a lassù quei diavoli bianchi?'
Poi si addormentò quietamente, con la mano destra posata sul fucile. Dopo pochi momenti però, e senza che lui se ne rendesse conto, la mano sinistra si posò teneramente possessiva sul seno della ragazza, che mugolò beatamente nel sonno.
Il vento era fresco, e il vecchio Ut ruminava tranquillo.
09 IL BAZAAR DI QUETTAYussuf incontrò il suo dola admi, l'Uomo Bianco nel bazaar di Quetta e gli raccontò lui stesso la propria storia. Yussuf non aveva mai visto prima un uomo bianco da vicino, con l'eccezione del Russki che aveva ucciso, ma erano ormai passati molti anni e poi, lui il Russki lo aveva ammazzato, mica ci aveva fatto conversazione!. Fu Yussuf a chiedere alla guida-interprete del funzionario delle Nazioni Unite se poteva parlare al Sahib. Yussuf, che era un giovane bene educato, disse proprio Bara Sahib, l'importante signore, che voleva tanto conoscere. Lui non aveva mai parlato prima a un uomo bianco, poteva parlargli?
La guida-interprete tradusse, sottolineando la cortesia usata nel definire con molto rispetto Bara Sahib il funzionario. Questi acconsentì, anch'egli incuriosito dal giovanissimo guerriero Afridi, con quello scuro volto feroce e quegli incredibili occhi azzurri.
E parlarono a lungo, anche se parlare fu un affare molto complicato: Yussuf pensava in Afridi e parlava in Pushtu, che la guida traduceva mentalmente forse in Punjabi e poi in Urdu e poi in Inglese, a beneficio del funzionario, che era Italiano. Le risposte, naturalmente, dovevano subire lo stesso complicato processo, ma in senso inverso.
Furono necessarie innumerevoli tazze di chai per Yussuf e per la guida, ed alcune Seven-Up gelate per il funzionario. E parecchie ore.
'Come mai, tu che sei bianco, non hai gli occhi azzurri?'
'Non tutti i bianchi hanno gli occhi azzurri. E come mai tu, che non sei bianco, hai invece gli occhi azzurri?'
Yussuf rideva e spiegava:
'Mia madre raccontava dei giganteschi guerrieri biondi con gli occhi azzurri, che mille e mille anni fa vennero al seguito di Lisander il Basileo e si erano invaghiti delle bellissime ragazze Afridi.'
Il bianco rideva:
'Sarà mica che, pochi ma proprio pochi anni fa, qualche bella ragazza Afridi si sia invaghita di qualche bel soldato biondo della Regina?'
Yussuf raccontò tutta la sua storia, con la stessa improvvisa totale sincerità e facilità con la quale, sul rapido Roma-Milano, due perfetti estranei si confidano i rispettivi più intimi segreti, famiglia lavoro politica sesso.
Quando l'Italiano gli offri del denaro per aiutarlo, Yussuf rifiutò orgogliosamente:
'Denaro no, mai! sarebbe elemosina! ma il regalo di un amico certo, lo si può accettare.'
E andarono a zonzo per il bazaar dove l'italiano acquistò grossi pacchi di tè scuro, blocchi di zucchero e pacchi di fiammiferi cinesi, una tanica cinese di plastica bianca, con un'imbracatura pakistana di corda per appenderla alla sella del cammello, una teiera di alluminio ed una pentola di ferro, un sacchetto di riso, uno di farina, uno di fagioli, uno di dahl che è un legume locale, un pacchetto di caramelle, una scatoletta di cerotti, una scatola di 50 cartucce da fucile calibro .30, due pacchi di candele, una latta da cinque galloni di ghee, l'onnipresente margarina, alcune scatolette di carne di bue e d'oca conservata, scatolette di conserva di pomodoro, un coltello da cucina con la lama seghettata, un fagotto di foraggio, in realtà un enorme fascio di sorgo verde, ed un sacco di miglio per il cammello, due camicie grigie taglia large, due camicie rosse taglia small, un paio di sandali per Yussuf, un altro paio molto più piccoli e così si scoprì che Sheeba, la ragazzina Beluchi per la quale Yussuf era stato cacciato di casa, lo aspettava appena fuori città.
Per trasportare loro e tutto quel bendiddio al campo di Yussuf, ci vollero due tonga, quelle carrozzelle trainate da macilenti cavallucci, nelle quali i passeggeri siedono rivolti all'indietro. Se i passeggeri sono molti, il cavallino rischia di non toccare più terra con gli zoccoli.
Il Bianco aveva comprato dei canditi, una saponetta Ivory ed una specie di sciarpa, un pezzo di stoffa leggera, con dei fili metallici tessuti nella trama, così il tutto sberluccicava allegramente.
Le donne Beluchi non si velano e non si vergognano. Sheeba la donna di Yussuf (ma è una bambina, mio Dio! pensò l'Italiano), preparò un'ennesima tazza di tè ed offrì graziosamente le caramelle ed i canditi. Tanto la guida che il bianco ne presero un pezzetto per uno, un pezzetto molto piccolo. La doppia cortesia, accettare ma essere discreti, fu notata e molto apprezzata.
Sheeba in tutta la vita non aveva mai visto un uomo bianco, non aveva mai visto un coltello con la lama seghettata, non aveva mai visto un pezzo di sapone. Era attonita, affascinata, particolarmente dal sapone.
Il suo commento spontaneo, tradotto quattro volte, fece ridere di cuore il Sahib, tanto era sincero:
'Mi pare un vero spreco d'acqua, ne abbiamo sempre così poca '.
Il funzionario delle Nazioni Unite venne quindi a sapere di prima mano parecchie cose che i libri non riportano: che i Beluchi sono una specie di zingari, odiati, disprezzati e perseguitati da tutti, ma chissà perché, nessuno se lo ricorda più; che in pratica, il Beluchistan non esiste proprio, anche se è ben segnato sulle carte; che la lingua Beluchi è antichissima e poverissima, senza neanche l'alfabeto ed una forma di scrittura; e che pertanto non esistono poesie né canzoni in lingua Beluchi. Ma che gli uomini e le donne Beluchi sono molto alti e molto belli.
E il bianco dovette convenirne, per lo meno per quanto concerneva le donne Beluchi, a giudicare dall'esemplare che aveva davanti.
Sheeba fece un grazioso inchino per ringraziare, quando la guida-interprete ebbe finito di tradurre faticosamente l'elaborato complimento.
Yussuf era palesemente orgoglioso della sua donna e felice di aver finalmente parlato con un bianco.
'Niente male, per essere un infedele!' confidò alla guida-interprete.
Il bianco offrì ospitalità a Yussuf se mai i due fossero capitati a Lahore nel Punjab, dove lui risiedeva. Ma Yussuf crollò il capo:
'Shukria, Sahib. Non saprei che fare, in una città. La mia vita è nel deserto e sulla montagna, senza barriere e senza cancelli. L'unica cosa che so fare è camminare e uccidere. Sono un uomo della Frontiera, io!' e lo disse serio, senza rammarico ma senza orgoglio.
E, con un filo di tristezza, l'Italiano pensò che, a diciotto anni scarsi lui e forse tredici lei, quei due ragazzi avevano già vissuto tutte le miserie e gli orrori di questa vita, ma anche le poche gioie che il deserto può offrire ai suoi figli.
D'impulso, si staccò dal collo una sottile catena d'oro con una piccola medaglietta rettangolare, che gli pendeva sul petto e la passò attorno al capo di Sheeba.
Nuovamente Sheeba aveva ringraziato con la sua piccola riverenza.
Certamente, non si era mai vista prima una donna Beluchi con al collo la Madonna della Guardia, protettrice di Genova.
10 LO SPAZIO DI UN MATTINOQuella notte, dopo tredici anni di totale siccità, finalmente piovve nel deserto di Lyallpur.
Che poi in fondo, non è neanche tutto 'sto gran che di un deserto, sarà largo duecento, al massimo duecento cinquanta miglia da là dove comincia (a Est), fin là dove termina (a Ovest), poco prima che, nei pressi della città murata di D.I. Khan, inizino gli acquitrini che fiancheggiano il poderoso Indus, il grande padre di tutti i fiumi del Punjab.
Duecento miglia, se si percorrono con un'auto con l'aria condizionata, lungo una strada asfaltata, nuova ed ampia, non sono nulla. Poche ore, cinque al massimo.
Ma a doverle percorrere a piedi o a dorso di cammello ci si può impiegare dai dieci ai quindici giorni. Sperando di trovare acqua nei pozzi lungo la pista. Fino ad arrivare al fiume.
Per alcuni mesi dell'anno l'Indus può essere attraversato nei pressi della città di D.I. Khan a piedi o in auto, usufruendo di una serie, che pare infinita, di piccoli ponti di barche e di guadi, perché durante l'inverno, il grande fiume si suddivide in un paio di dozzine di fiumiciattoli. Ma, una volta che il calore estivo dà inizio al disgelo là sulle alte cime del Pamir, l'Indus ritorna ad essere enorme, tumultuoso, rapido e spumeggiante. Per oltre mille e cinquecento miglia, dalla foce presso Karachi fino al ponte di pietra di Sialkot, presso il Kyber Pass, dove scorre nel fondo di una gola molto stretta e profonda, tra due montagne di pietra, l'Indus non può essere attraversato se non con grossi battelli che, in periodo di secca, vengono abbandonati in quello che sembra il bel mezzo del deserto. Ed è invece la sponda reale del fiume..
L'intero Pakistan è in pratica un immenso compluvium, il bacino imbrifero dell'Indus, per intendersi, è una specie di enorme Val Padana.
Oltre alla naturale seppur lievissima pendenza da Nord a Sud, che assicura lo scorrere verso il mare dei corsi d'acqua, vi è un'altra pendenza da Ovest verso Est, anch'essa ovvia, dal piede delle montagne al confine con l'Iran sino al fiume.
Per questa ragione, si assiste al curioso fenomeno del deserto che da un lato, arriva fin sulla riva di un fiume, sino all'orlo di un canale d'irrigazione. Sull'altra riva invece, si può ammirare una vegetazione rigogliosa, persino lussureggiante. Questo perché, per la suddetta pendenza, l'acqua che filtra nel sottosuolo oppure che viene presa dai canali d'irrigazione, scorre solo verso Est permettendo l'agricoltura, le colture ed assicurando la vita soltanto su quel lato.
Il Governo non permette ai nomadi di attraversare il fiume né i canali d'irrigazione anzi, li scoraggia rudemente e crudelmente dall'utilizzare l'acqua dei canali.
Per questo Yussuf aveva fatto accucciare il vecchio Ut nel letto di un antico wadi, un torrentello in secca da chissà mai quanti anni, ed era andato con cautela ad esplorare, prima di portare l'animale a bere nel canale.
Quando sollevarono cautamente il capo al disopra dell'orlo dell'wadi per osservare cosa stesse accadendo sull'altra sponda del canale, Sheeba, alla vista di un filare di pioppi mormorò estatica: 'E' una foresta, quella?'
Sheeba era una figlia del deserto e, a parte qualche ciuffo di palme rachitiche e, d'inverno, gli alberi da frutto attorno al villaggio natale di Yussuf, non aveva mai visto altri alberi. Poi aggiunse, con notevole invidia:
'Quanta bella erba! questi Pakistani sono davvero fortunati, loro!' perché una Beluchi, sempre disprezzata e perseguitata, non si sente certo una Pakistana, a dispetto di quel che si dice a Islamabad.
Avevano fatto campo nel letto del wadi, così da non essere visti da chi percorresse la strada che, sull'altra riva, costeggiava il canale per miglia e miglia, a perdita d'occhio. Loro erano i pariah gli straccioni del paese, dovevano restare tra le pietre e la sabbia arida del muruvumi, il deserto. Una delle regole d'oro del deserto è: mai accamparsi nel letto di un wadi, può arrivare chissà da dove una piena improvvisa ed assassina.
Ma, tra il rischio molto remoto di una piena improvvisa e la forte probabilità di essere scoperti dalla polizia, Yussuf scelse quello che appariva come il male minore: 'Non piove da tredici anni, possibile che debba piovere proprio stanotte? Ma va' là.'
Ma si sbagliava.
Si misero a dormire, quella sera, mentre soffiava un forte vento caldissimo. Il tramonto non aveva portato nessun refrigerio e grossi nuvoloni correvano veloci nel cielo, oscurando a tratti una strana unghia di luna rossastra. E quella notte, dopo ben tredici lunghi anni di assolta siccità, piovve a dirotto nel deserto di Lyallpur.
Yussuf si svegliò di soprassalto quando un fulmine cadde vicinissimo con uno scoppio secco e violento. Enormi gocce di pioggia tiepida gli cadevano con forza sul viso scoperto. Balzò in piedi scotendo un'assonnata Sheeba, ammucchiò rapidamente in salvo sull'argine dell'wadi la sella, il palankeen, le coperte, i fagotti, prese a calci Ut che era così nervoso che non voleva ubbidire. Sedettero sull'argine sotto la pioggia che si era fatta torrenziale, avvolti nei mantelli, Yussuf stringeva a sé Sheeba, cercando di darle riparo.
Ma dopo un poco rinunziò a tentare di coprirsi, la pioggia era calda ed i loro indumenti ormai completamente zuppi. Gettò il mantello, si tolse berretto, il panciotto e la camicia, allargò le braccia ed alzò il viso verso il cielo girando lentamente su sé stesso nella pioggia. Un paio di fulmini illuminarono il cielo e la terra, un rombo cupo come molti cavalli al galoppo annunziò l'arrivo di una massa d'acqua fangosa e spumeggiante che irruppe velocissimo nel letto dell'wadi, facendo rotolare grosse pietre e cessando del tutto dopo solo pochi istanti. Un classico flash flood, un'onda lampo di piena.
Yussuf e Sheeba, che di certo non sapevano cosa mai fosse una doccia, quella notte ne ebbero una lunghissima, calda e gratis. Ma verso l'alba la pioggia cessò e l'aria si fece fresca, Sheeba cominciò ad avere freddo e batteva i denti con un rapido ticchettio che pareva proprio un Iman che sgranasse nervosamente la sua collanina di worry beads, quella specie di rosario di pietre dure, che spesso i saggi fanno scorrere velocemente tra le dita.
Yussuf le strofinò vigorosamente le spalle e la schiena, ma la ragazza continuava a tremare, finché si levò il sole, e gli indumenti bagnati (e persino il vecchio Ut), cominciarono a fumare, emettendo volute di vapore nel sole, e la cosa provocò la sfrenata ilarità di Sheeba.
Ut parve però molto offeso nella sua dignità di vecchio cammello, saggio e sapiente.
Poi, quasi d'improvviso, verso mezzogiorno, il deserto fiorì.
E' ben conosciuta la storia del seme di leguminose, un antenato del pisello, che fu rinvenuto nella tomba di un Faraone, in una piramide egizia dove era rimasto per oltre quattromila anni. Una volta annaffiato, il pisello germogliò, fiorì e fruttificò. Come se fosse stato raccolto soltanto da pochi mesi, e non quaranta secoli prima.
Per tredici anni milioni di minuscoli semi erano stati preservati nella sabbia dall'assoluta mancanza di umidità, per germogliare, fiorire e fruttificare in un ciclo breve e rapidissimo alla prima occasione. Fornita dall'improvviso e violento acquazzone.
Per chilometri, fin dove giungeva lo sguardo, la sabbia delle dune era ricoperta di un fittissimo tappeto multicolore di piccoli e vivacissimi fiorellini che ricordavano le campanule. Chiazze di rosso acceso, strisce di giallo. di rosa o di bianco, macchie di blu. Lo spettacolo era inusitato e magnifico, un vero miracolo. O almeno così parve ai due ragazzi, che non avevano mai visto una simile meraviglia.
'Che bello, pare un tappeto di Isphahan!' mormorò sgranando gli occhi estasiata Sheeba, certamente la più romantica e fantasiosa dei due. Sheeba non aveva mai visto uno dei favolosi tappeti di Isphahan, ma ne aveva sempre sentito decantare la meravigliosa bellezza. Si tolse i sandali e cominciò a camminare sui fiori, li sfiorava con gli alluci, muoveva le dita dei piedi sulla sabbia, si chinava e accarezzava i fiori con le mani, vi posava il viso e li sfiorava con le guance e con le labbra, annusandone beata il tenue profumo. Estatica, sognante. Allegra e felice.
Rideva a Yussuf e lo chiamava, mentre correva sui fiori colorati del deserto, miracolo davvero non comune, uno spettacolo incredibile ed indimenticabile per chi ha la ventura di assistervi. Forse, il Paradiso è così.
D'improvviso Sheeba si tolse rapidamente gli abiti, la camicia ed i larghi pantaloni e si sdrai su un letto di fiori, si girava bocconi e, appoggiata su gomiti, li accarezzava con i seni penduli.
Yussuf la imitò ben presto e la raggiunse sul tappeto di Isphahan e l'accarezzava ed accarezzava i fiori e la stese riversa tra le campanule rosse gialle blu e bianche e fecero all'amore ridendo e scherzando, con una gioia, un'allegria, un incanto che non avevano ancora provato prima, ridendo e rotolandosi tra i fiori sulla sabbia calda, resa compatta dall'acquazzone della notte, mentre il vecchio Ut, ruminando in disparte, li osservava perplesso.
Poco dopo mezzogiorno però, il sole cominciò a far rapidamente appassire i piccoli fiori a campanula ed il meraviglioso tappeto di Isphahan scomparve per sempre. Verso sera, i fiori erano ormai tutti secchi e bruciati. Non c'erano più macchie di colore, il deserto era ritornato grigio e brullo.
Il vecchio Ut pareva davvero molto perplesso, dopo aver tentato di brucare quegli strani fiorellini che forse, neanche lui aveva mai visto prima e che parvero non essere di suo gradimento. Ma i cammelli si sa, sono rinomati per essere tipi irascibili e saggi, non certo dei tipi romantici. A loro non interessano i fiori, specialmente quelli non commestibili e che, come dice una vecchia regola, durano solamente lo spazio di un mattino.
11 UNA NORMALE AZIONE DI POLIZIAIl Lee Enfielld è stato per almeno 50 anni, l'arma principale della fanteria Britannica ed è stato impiegato ufficialmente con successo in tutti i continenti, in tutti i conflitti che hanno insanguinato il mondo da circa il 1890 a tutto il 1950. Ha continuato ad essere impiegato, non ufficialmente ma con uguale successo, anche dopo essere stato sostituito nelle Forze Armate Britanniche dai moderni fucili d'assalto. Questi sono di concezione americana seppur di fabbricazione europea, e sparano molto più rapidamente, in un'epoca in cui il credo della tattica militare si basa tutto sul volume di fuoco..
Il Lee Enfield .30 è un fucile a otturatore a leva, molto lungo e pesante, ha un serbatoio in cui si introduce un caricatore con otto lunghe cartucce dal proiettile acuminato e rivestito di rame. Le cartucce erano originariamente d'ottone brillante, poi vennero sostituite con altre d'alluminio verniciato di verde oliva. Il Lee Enfield è facilmente riconoscibile perché, dalla guardia del grilletto e del serbatoio fino quasi alla bocca, corre una striscia di legno che facilita l'impugnatura e copre anche il meccanismo per fissare la baionetta. Cosicché a prima vista, il Lee Enfield .30 appare come un fucile quasi senza canna.
La velocità di fuoco non è tra le migliori ed i tentativi di trasformare il fucile per il tiro semi-automatico, eliminando la laboriosa doppia manovra dell'otturatore, per estrarre il bossolo vuoto crack-crack ed introdurre in canna la nuova cartuccia crack-crack, non hanno avuto molto successo. Il Lee Enfield però, è precisissimo fin quasi al limite della sua incredibile portata. Un tiratore medio centra facilmente una sagoma umana a grandezza naturale fin quasi a mille metri. Il piccolo micidiale proiettile può ancora uccidere alla distanza di un miglio. Per queste qualità il Lee Enfield è stato per molti anni ancora, l'arma favorita dagli sniper o cecchini, abili tiratori isolati che, agendo con tutta calma, intendono colpire bersagli scelti, anche se lontani.
Yussuf era un tiratore eccezionale e la sua abilità si era ulteriormente raffinata a livelli veramente straordinari, causa la cronica scarsità di munizioni, che da sempre affligge i guerrieri del N.W.F. Questi, per tale ragione, devono forzatamente far valere la regola: un colpo, un morto.La raffica improvvisa li colse totalmente di sorpresa, mentre Sheeba, senza un filo di abito addosso, se ne stava beatamente a sguazzare nella tiepida acqua bassa, sollevando ogni tanto fuor d'acqua un braccio o una gamba, provocando mille piccole gocce che brillavano nel sole. Yussuf era intento a ricucire imprecando una cinghia strappata.
Il vecchio Ut masticava contento un fascio d'erba fresca che Yussuf aveva raccolto lungo la strada, dall'altro lato del canale, quello irrigato, dove c'erano campi, colture e alberi..
La bestia cadde di colpo, con uno strano verso di dolore, scalciando debolmente.
Sheeba balzò in piedi e corse alcuni veloci passi nell'acqua, rapida e nuda per gettarsi nella fossetta sull'argine parallela al canale, afferrando la camicia rossa che aveva deposto sulla sabbia.
Una nuova fila di fontanelle di sabbia e sassolini corse lungo la sponda, a pochi palmi dai due ragazzi e il fragore degli spari li raggiunse dopo qualche breve istante, che parvero un'eternità.
Yussuf si tuffò sulla sabbia dietro al corpo del cammello, dove stavano sella e palankeen, sfilò il fucile dalla fodera attaccata alla sella, fece scattare la sicura e, manovrando velocemente la leva dell'otturatore, sparò tre colpi in rapida successione, al disopra del corpo del cammello. Abbattendo i tre poliziotti che, in piedi nel cassone della camionetta, maneggiavano la grossa mitragliera. Un quarto colpo gettò riverso sulla strada, senza più volto, l'autista della Land Rover che aveva incautamente sollevato il capo al di sopra del cofano motore del veicolo, dietro il quale si era nascosto.
Yussuf fece un balzo e raggiunse Sheeba nella piccola trincea scavata dalla pioggia sulla sponda del canale. La ragazza si era infilata in fretta e furia la camicia rossa, ma si era dimenticata di abbottonarla. Yussuf le passò una mano sul volto pallido di paura e cercò di tranquillizzarla, sorridendole.
'Ma perché?' chiese sgomenta Sheeba 'Perché ci sparano addosso senza preavviso, perché cercano di ucciderci? Che male abbiamo fatto? Non facevamo niente, niente!'
La seconda Land Rover aveva iniziato con un alto stridore di ingranaggi una frenetica marcia indietro, ed altre due pallottole di Yussuf centrarono ambedue i pneumatici dal lato del canale, ma l'autista riuscì a portare il veicolo al riparo, giù dalla breve scarpata, seppur con i pneumatici afflosciati che danzavano una pazza sarabanda sbilenca attorno ai cerchioni.
Per un lungo periodo, forse mezz'ora, il silenzio fu assoluto. Poi si udì nuovamente il rombo del motore e Yussuf sperò follemente che quelli se ne stessero andando, ma si sbagliava. Al disopra dell'orlo erboso della strada, Yussuf vide spuntare la canna della mitragliera. Allo stesso tempo, diversi fucili presero a sparare dai due lati della Land Rover, i tiratori erano parecchio lontani dal veicolo.
Yussuf riuscì a colpire ancora due dei poliziotti col basco rosso ed il maglione nero, ma la grossa mitragliera aprì un intenso fuoco. Raffica dopo raffica, i grossi proiettili da mezzo pollice volarono contro il riparo di Yussuf. Si vedevano i traccianti compiere un breve elegante arco, lasciando strisce rosse e verdi e d'un giallo brillante. Le pallottole esplosive demolirono pian piano il riparo di terra, fecero a pezzi la vecchia sella e Yussuf sentì d'improvviso come un fortissimo pugno nello sterno e udì il grido soffocato di Sheeba, che pareva venisse da molto lontano. Yussuf scivolò lentamente all'indietro, non riusciva più a tirare un respirare profondo e si sentì all'improvviso molto stanco e debole.
Il vecchio fucile gli cadde dalle mani, la testa gli ciondolava sul petto, guardava stupito la camicia di tela grigia che era adesso tutta rossa, quasi come la camicia di Sheeba. Ma dov'era Sheeba? Non riusciva a vederla bene, eppure un attimo fa era così vicina
Sheeba disse: 'Quei cani stanno venendo.'
12 A VOLTE NON CI SONO CANZONISheeba alzò il viso dalla sabbia e con la mano premette forte il ginocchio di Yussuf. Il ragazzo fece uno sforzo e aprì gli occhi, per guardare bene il viso della ragazza, che vedeva molto sfuocato, sebbene fosse a neanche un metro dai suoi occhi.
'Non mi lasciare sola Yussuf, ti prego. Portami con te. Non un'altra volta, non ancora, ti prego!'
'Ma questi sono soldati!' protestò debolmente Yussuf.
'Assassini!' ribatté la ragazza, e dolcemente ma con decisione, sfilò il vecchio Lee Enfield dalle mani del giovane che tentò debolmente di opporsi.
La ragazza rigirò l'arma, si sedette comodamente sulla sabbia, incurante di esporsi ai colpi che provenivano sibilando dall'altra sponda del canale e abilmente manovrò l'otturatore crack! crack! per espellere il lucido bossolo vuoto d'ottone e poi ancora, crack! crack! introducendo in canna la nuova cartuccia e bloccò l'otturatore abbassandolo. L'arma era pronta.
Con cautela, Sheeba girò nuovamente il fucile così che il grilletto fosse a contatto con la mano di Yussuf, e si assicurò che l'indice del giovane si curvasse attorno al piccolo pezzo di metallo. Gli passò la mano sul volto pallido e gli sfiorò quegli incredibili occhi azzurri, che tanto l'avevano colpita, fin dal risveglio ai Pozzi della Desolazione, una vita fa ed era solo un anno prima, ma era la loro intera vita. Poi si sdraiò nuovamente nella sabbia calda, sempre fissando Yussuf, si appoggiò la bocca dell'arma sopra l'orecchio sinistro e sorrise ripetendo ancora dolcemente, in un soffio:
'Portami con te, tu sei il mio sole.'
'Tu sei il mio sole.' gorgogliò in risposta Yussuf, con il sangue che gli saliva in gola, un gran dolore in mezzo al petto, non riusciva a tirare un respiro completo, gli pareva che una grossa mano gli premesse il torace a terra.
'Tu sei il mio sole.' ripetè debolmente, chiuse gli occhi e tirò il grilletto, e fu l'ultimo movimento cosciente della sua breve vita disperata.I poliziotti dal maglione nero e dal basco rosso si aggiravano curiosi e disgustati tra i miseri poveri resti di quel misero poverissimo campo. Presero a calci e sfondarono la pentola di coccio, acciaccarono a calci la teiera d'alluminio, sfondarono la tanica cinese di plastica bianca. Guardarono con compatimento il vecchio cammello spelacchiato, ed uno di loro lo finì pietosamente con una pallottola in mezzo agli occhi. Ut emise una sorta di sospiro e si adagiò sul fianco, scalciando debolmente un paio di volte coi grossi piedoni dolenti.
Rovistarono con i lathi, i loro lunghi bastoni dalle punte ferrate, nei pochi fagotti di miseri stracci, presero a calci la vecchia sella rattoppata e la copertura tutta strappata del palankeen.
'Straccioni!' sentenziò sprezzante il Tenente. 'Questo bastardo, che bisogno aveva di uccidere sei dei miei uomini? Noi volevamo solamente spaventarli un po', tutto lì. Selvaggi! Un rinnegato Afridi ed una donna Beluchi una sharmutta Beluchi, certamente. Se ne stava tutta nuda la svergognata, senza pudore! Gente senza onore, senza un'oncia di buoni sentimenti!'
Strappò dalle dita irrigidite di Yussuf il vecchio fucile, manovrò rapidamente l'otturatore fino a vuotare il serbatoio, facendo cadere nella sabbia le ultime cartucce rimaste, poi sfilò l'otturatore e con un largo gesto del bracco lo lanciò lontano. Cadendo nell'acqua, l'otturatore sollevò uno zampillo che brillò nel sole.
Un poliziotto scostò col lathi i lembi della camicia rossa che, nella fretta, Sheeba non aveva abbottonato, scoprendo il torso sottile ed i grossi seni prosperosi. Tra i quali riposava una lucente medaglietta rettangolare, sospesa ad una sottilissima catena. L'uomo si chinò è con un gesto brusco, strappò la catena, dette una curiosa ma rapida occhiata all'incisione (una donna col velo in testa ed un bambino in braccio, davanti ad un'alta torre, forse un minareto? che vorrà mai dire?) e fece scomparire il tutto nella tasca dei pantaloni, incurante delle poche gocce di sangue che macchiavano la medaglia.
'Peccato!' disse il poliziotto 'Questo bastardo ci ha privato di un po' di divertimento. Guarda questa che belle poppe! Dicono che una donna Beluchi sia davvero una gran bella chiavata!' con la punta del lathi spostò la gamba nuda di Sheeba, sino a scoprire il pube non rasato.
Il Tenente gli dette un colpo nelle reni col calcio del mitra ed il poliziotto si voltò, con un largo sorriso:
'Perché, forse non si può? Una mignotta Beluchi?'
I poliziotti dal maglione nero e dal basco rosso avevano ammucchiato la carogna del cammello, i due cadaveri, la sella ed i fagotti di stracci e li cospargevano di benzina, usavano le taniche come annaffiatoi, parevano mali, giardinieri che annaffiassero amorevolmente i cespugli di rose.
Il Tenente infilò la breve canna del Lee Enfield nel foro praticato nel grosso paraurti della Land Rover. Appoggiò un piede sul calcio e fece forza. La canna si piegò docilmente ad angolo retto. Il Tenente buttò il fucile sul mucchio di stracci che bruciava ormai con altissime fiamme.
'Bastardi!' ripetè il Tenente. 'Selvaggi! Gente senza onore, senza un briciolo d'amore!' e sputò con disprezzo sul volto pallido di Yussuf, che con occhi azzurri spalancati sembrava contemplare quello che era stato il bel volto di Sheeba.
Un grasso e schifoso moscone peloso, blu dai riflessi metallici, che si era attardato a suggere la spuma rossastra all'angolo della bocca di Yussuf si levò un attimo in volo, per ritornare immediatamente là da dove era partito.
Il fumo si alzava oleoso e nero e le fiamme già cominciavano ad attaccare i corpi.
D'improvviso vi furono due piccole esplosioni soffocate, forse un po' di benzina si era raccolta nella teiera o in una pentola, e due piccole palle di fuoco si staccarono dalle fiamme e si alzarono unite verso il sole, per dissolversi subito.
'Portami con te, tu sei sole, tu sei il mio sole.' avrebbe voluto cantare il vento del deserto, mentre disperdeva il fumo. Ma i Beluchi non hanno musica, non hanno poesie, non hanno canzoni. Il vento del deserto non poteva cantare.
Perché, com'è noto, nella lingua Beluchi non esiste neanche la parola amore.