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Camillo Cusani-Visconti
BEATRICE PIANGE

 


Il seguente racconto ha ottenuto il I° Premio a Milano, il 12 Ottobre 2002 nel Concorso Premio Europa, indetto dall'Associazione Il Giunco di Brugherio, MI.

La Giuria ha emessa la seguente Motivazione:

" Racconto forte, di grande vitalità espressiva, denso fino ad essere un romanzo condensato, vivido come un'agile sceneggiatura. Il 'flashback' è usato con sapiente dosaggio, il linguaggio è spesso forte, come forti ed estremi sono i fatti narrati sullo sfondo di una guerra ignorata: " la guerra dei diamanti". Il filo che lega tutto il percorso narrativo è la pietà che induce il protagonista, l'Uomo Alto, ad un ritorno, dolcemente dolente per i ricordi personali dei luoghi, un gesto compiuto per adempiere ad un impegno assunto con Beatrice, mentre incombe la morte della giustizia militare. Gemma, la tassista fiorentina che accompagna il narratore con curiosità e stupore crescenti, viene così portata alla comprensione della storia che sembra svolgersi in un altro mondo, sulla faccia nascosta della luna. Così l'Autore porta anche il lettore in questa vicenda che della realtà vissuta porta comunque gli inequivocabili segni".

 

Nel Maggio 2000, un noto settimanale americano riportò in poche righe che, durante la cosiddetta 'guerra dei diamanti', i parà Britannici del Contingente Internazionale avevano catturati, ancora con le armi in pugno, alcuni bianchi, fra questi una donna, che combattevano nelle file dei ribelli in qualità di 'istruttori'. La notizia non venne mai confermata né smentita, né riportata da altri giornali o reti televisive.

L'Uomo Alto discese con fatica gli scomodi gradini del vagone ferroviario, si guardò attorno e si stiracchiò.
"Dodici ore costretto in un sedile di Classe Turistica, più due di treno, non giovano certo alle mie povere vecchie ossa doloranti!" rimuginò l'altissimo vecchio signore. Seguendo i pochi passeggeri che avevano lasciato con lui il treno, si diresse verso l'uscita, aggiustandosi sulla spalla la larga cinghia di un tascapane militare di grossa tela kaki, con innumerevoli tasche, chiusure, cinghie e fibbie di ottone. L'Uomo Alto indossava una 'sahariana', una di quelle giubbe color sabbia costellate di tasche e taschini, sotto alla quale si vedeva una T-shirt che, solamente la sera precedente, era stata di un bianco candido abbagliante.
Per una qualche misteriosa ragione, il veloce treno che percorreva longitudinalmente lo Stivale, non si era fermato a Santa Maria Novella, bensì nella piccola stazione di periferia.
"Speriamo sia giustificato dal punto di vista tecnico, magari perché S.M.N. è una ''stazione di testa', per cui i convogli debbono ripartire all'indietro, o forse ... chi lo sa?!"
Una stazioncina squallida e anonima, che avrebbe potuto trovarsi sul litorale Pontino, non fosse stata ingentilita dalla splendida collina di Fiesole, che la sovrastava dal lato che l'Uomo Alto sapeva essere il Nord.
"Evidentemente, per le F.S. quel che va bene ad Abbiategrasso va bene anche a Zagarolo!"
Si fermò un momento per orientarsi, sotto le pensiline in cemento dipinte di un brutto colore ocra rosato.
Rabbrividì nel vento umido che faceva correre bassi nuvoloni ancora gonfi di pioggia e si fregò gli avambracci nudi e abbronzati.
Un nugolo di ragazzi e ragazze, forse studenti che tornavano da scuola, lo raggiunse vociando e ridendo, lo avvolse e lo superò. I ragazzi si spintonavano, si davano delle gran pacche sul sedere. L'Uomo Alto notò con un certo stupore, che erano per lo più le ragazze a palpare il didietro ai giovanotti.
Uno dei ragazzi gli chiese beffardo:
"Fa freddo costassù?" alludendo ai quasi due metri di abbronzata magrezza ed al brivido di freddo, insolito a Giugno. Una ragazza, scuotendo lunghi capelli biondi, gli chiese, alludendo alla 'sahariana' dell'Uomo Alto:
"S'ha a fa' un 'safari' nonnino?" L'Uomo Alto ghignò e cominciò automaticamente a rispondere in 'ki-swahili' la risposta che viene sempre data con tono falsamente amabile al turista presuntuoso:
"Ndio, kidjiana! Mimi nakwenda usafiri chiumbani yaku ..." (in effetti, o giovane cretino, mi sto recando a casa tua, dove quella vecchia troia di tua madre sta eseguendo ignobili e innominabili atti con dodici iene).
Però, nel vedere la faccia attonita della ragazza e dei compagni, si interruppe:
"In effetti, mia cara, è proprio vero!" disse con un largo sorriso "Esattamente quindici ore fa, ero in West Africa ed è per questo forse, che sento un po' freddo, anche se siamo a metà Giugno." Avrebbe voluto aggiungere: 'Brutta stronzetta', ma si trattenne pensando:
"Son solo ragazzi che scherzano, non mi diventerai mica un vecchiaccio bilioso?"
Alla stazione di Campo di Marte, che fino a pochi anni fa era l'estrema periferia Nord-Est di Firenze, non sbarcano certo i turisti. I pochi taxi che per accordo con le Autorità cittadine devono stazionare lì a turno, non sperano molto in un cliente. Quando l'autista del primo taxi vide l'Uomo Alto avvicinarsi con fare incerto, gli chiese con un sorriso: "Taxi, signore?" E l'Uomo Alto rispose:
"Si grazie, però avrei bisogno di affittare la macchina ad ore." Si affrettò a spiegare:
"Devo fare un giro lungo e un paio di commissioni, non molti chilometri, ma credo ne avrò per tutto il pomeriggio."
L'autista allargò le braccia e disse:
"Qui e ci vole la Gemma, la gli é l'unica che la pòle fare quel che le pare, mentre noialtri siamo tutti autisti della Cooperativa. Gemma! o Gemma, vien qua! c'è una corsa per te!"
La ragazza che si avvicinò era quasi gigantesca, anche per l'Uomo Alto, che pure oltrepassava il metro e novantacinque! Forse, con una ventina di centimetri in meno, avrebbe potuto essere considerata bella, ma così alta sembrava invece un giovanottone con le labbra dipinte e le unghie smaltate. Oltre naturalmente, ad un seno generoso che faceva esplodere la maglietta rossa.
Si accordarono con facilità:
"Dove vuole andare?" chiese la ragazza e l'Uomo Alto indicò vagamente vero il Sud-Est:
"Dalle parti di Bagno a Ripoli." disse.
"Va bene, ma il nome della via?"
"Non lo so, anzi, non me lo ricordo più! Manco da cinquant'anni!"
"Uh! Madonnina! Ma la saprebbe ritrovare?"
"Forse, ma non sono sicuro, forse è cambiato qualcosa. Allora era aperta campagna ..."
"E ci credo! Adesso c'è un intero nuovo rione, quasi mezza città. Le va bene cento all'ora?"
"Cento che?" chiese l'Uomo Alto, disorientato per un attimo.
"Mica cento chilometri all'ora! Centomila, no? Centomila lire all'ora, noi ancora con questo Euro un si funziona."
"No, mi scusi!" fece l'Uomo Alto "ma è che io sono abituato a pensare in dollari."
Si avviarono verso la grossa Mercedes bianca, e la ragazza spiegò:
"Questa me l'ha lasciata il mi' babbo, poer'omo. Lui avrebbe voluto ch'io studiassi, ma io ero vagabonda, mi piaceva di più andare a ballare e fare le girate. Venga, venga! si sieda pure davanti, è più comodo e poi ... se son tant'anni che la manca da Firenze, forse le fa piacere vedere per benino."
"Vorrei fermarmi da un fioraio e a mangiare un panino. Anzi, se posso invitarla ..."
"Al fioraio ci penso io!" lo rassicurò la Gemma "e per mangiare, certo che accetto, è quasi ora di pranzo! Ma nei bar fanno dei panini di plastica e cartapesta. Possiamo comprare pane e prosciutto, una bottiglia d'acqua e una di vino e ci si fa una bella merenda in campagna. Le piace l'idea? Tanto, io posso far quel che mi pare, la macchina è mia, la licenza anche e così la casa dove sto con la mi' mamma e oggi è una giornata uggiosa, volevo già andarmene, se non capitava lei ..."
Dal fioraio l'Uomo Alto acquistò, a un prezzo esorbitante, diciotto bianche profumatissime gardenie e ripartirono, lungo i viali alberati, nel traffico dell'ora prima di pranzo.
Lasciati i nuovi palazzoni ed i viali a doppia corsia dei raccordi autostradali, la strada si era ristretta e si era fatta tortuosa, fra due alti muri di pietra grigia, con la sommità arrotondata ed irta di pezzi di vetro tagliente, le famose 'murella' dei dintorni di Firenze, ogni tanto interrotti da cancelli rugginosi, chiusi da chissà quanti anni, al di sopra dei quali si affacciano rami di olivo e gli striscioni dei cipressi. Trovarono un segnale bianco e rosso di un divieto di transito e dovettero lasciare la strada principale ed inoltrarsi in una viuzza ancora più stretta.
"Allora erano tutte strade sterrate, ma erano tenute bene e quando pioveva c'erano pochissime pozzanghere."
Passarono di fronte a un alto muro intonacato e dipinto di un giallo pallidissimo, quasi bianco, in cui si aprivano due enormi portoni.
"Questa era casa mia, ma da qui non si vede nulla, glie la mostrerò dal fiume." disse l'Uomo Alto.
Il muro di cinta proseguiva ininterrotto e lungo di esso, a distanza regolare, si ergevano delle piccole costruzioni cilindriche.
"O queste che sono?" chiese la Gemma, dopo che ne ebbe notate tre o quattro.
"Garitte." spiegò l'Uomo Alto "ricoveri per le sentinelle, da cui il nome della villa e, come vede, anche della strada." Indicò la grossa piastrella di maiolica bianca e blu applicata alla murella.
"Si dice che nella villa fosse stato un tempo relegato un qualche Medici ribelle o pazzo. Certo è che c'era un passaggio segreto sotterraneo dalla villa fino al fiume. Servi da rifugio a tutto il paese quando, nel luglio-agosto del '44, questa zona diventò 'terra di nessuno' e ci sparavano addosso tanto le artiglierie alleate che quelle tedesche."
La strada proseguiva, girando quasi in cerchio così che d'improvviso arrivarono al fiume e dovettero voltare verso sinistra, verso Firenze. Avevano così alla loro sinistra l'onnipresente murella ed alla destra, verso il fiume, un bassissimo parapetto, non più alto di 60 centimetri, la cui sommità era coperta da lastroni di arenaria grigia, lisi dal tempo.
"E' proprio qui, temevo di essermi perso! va bene qui!" disse l'Uomo Alto.
La ragazza lo guardò incuriosita e parcheggiò la grossa auto in modo da lasciare sufficiente spazio per il passaggio di eventuali altri veicoli. Scaricò poi la scatola dei fiori, il tascapane dell'Uomo Alto, il sacchetto bianco con le provviste, le bottiglie e una grossa coperta a quadri. Sistemò tutto sul muretto e si sedette in silenzio sull'orlo estremo della coperta, con i pacchetti tra di loro.
L'Uomo Alto guardava il fiume.
"Sono dieci giorni che un fa' che piovere." disse la Gemma "E mi sa che un è mica ancora finita."
L'Arno non era certo d'argento. L'acqua era cosi fangosa da apparire di un deciso color cioccolata. Persino la spuma che si formava sulle piccole onde rabbiose, era di un giallo sporco.
Stavano seduti con i piedi penzoloni nel vuoto, sopra l'acqua limacciosa che, in prossimità della riva, formava improvvisi mulinelli, maligni vortici traditori, che ingoiavano rapidamente qualsiasi cosa galleggiasse li intorno.
L'Uomo Alto si girò e indicò alla Gemma:
"Eccola, da qui si vede! quella là ra casa mia."
La villa si ergeva enorme sulla sommità del lieve pendio, alla fine di un lungo viale di cipressi. "Quelli li piantò mio padre e son più di sessant'anni, e quella finestra là, la vede? la seconda a destra del balcone centrale, quella era camera mia."
"Quando è stato?" chiese la Gemma.
"Oh, tanto tempo fa, quasi cinquant'anni fa."
"Ma che siamo venuti a fare di preciso?" chiese ancora la Gemma.
L'Uomo Alto non le rispose subito, ma aprì con qualche difficoltà il tascapane di tela e ne trasse una bassa scatola di latta rotonda, poco più di un palmo di diametro. 'Danish Butter Cookies' si leggeva sul coperchio. L'Uomo Alto rimosse con cura alcune strisce di nastro adesivo.
"Ma che siamo venuti a fare?" insistette di nuovo la Gemma. "Cosa c'è nella scatola?"
"Un funerale." rispose l'Uomo Alto alla prima domanda.
"Oh, Mamma! Ma dico! Ma non sarà mica nulla di proibito, non sarà mica illegale? Io non voglio storie, sa! non voglio mica perdere la licenza!"
"Non abbia timore, lo sappiamo solamente in due, lei ed io. Inoltre, la mia amica non esisteva."
"Come non esisteva?" chiese la Gemma, sempre più incuriosita.
L'Uomo Alto proseguì:
"E, per rispondere alla sua seconda domanda, qui c'è un'amica." Ripeté:
"Una carissima amica."
Canterellò un poco, sull'aria di una vecchia canzone.
"La conosceva da molto tempo? Inoltre, le pare il momento di cantare?"
Nel ricordare, l'Uomo Alto rise un sorriso amaro e, come parlando a sé stesso, raccontò alla Gemma, che lo ascoltava affascinata:
"Di cantare poi, me lo aveva chiesto lei e io, anche se sono stonato, glielo avevo promesso. No, non la conoscevo da molto tempo. Cinque giorni. Ad essere precisi, con oggi sono esattamente nove giorni da quando l'ho vista la prima volta. Ma a volte, pochi giorni sono lunghi una vita intera. Siamo venuti a dire addio a Beatrice Portinari."
"Adesso lei mi meleggia!" ribatté seccata la ragazza. "Va bene che faccio l'autista di piazza, ma so bene che Beatrice Portinari era la ragazza di Dante!"
"No, No! si chiamava davvero cosi, un bizzarro caso di omonimia, credo! Era nata proprio qui ed io, vede, la riporto qui, come mi aveva chiesto lei! E come io le avevo promesso." Canticchiò, sull'aria di 'La porti un bacione a Firenze', però cambiando un poco le parole:
"Riporto Beatrice a Firenze."
"Le pare proprio carino mettersi a cantare?" Gli chiese nuovamente la ragazza, sempre più stupita.
L'Uomo Alto non rispose, sollevò il coperchio rotondo della scatola che, Gemma vide, era per metà piena di una polvere grigia, sabbia o forse cenere?
L'Uomo Alto prese una per una le gardenie e le depose delicatamente nella scatola, poi chiuse il coperchio, senza però premere con forza. Infine, canticchiò ancora a voce più alta:
"Riporto Beatrice a Firenze, che gli è la tua città, e un poco anche di me ..."
Con un brusco movimento del braccio lanciò la scatola verso il centro del fiume, come fosse stata un grosso frisbee. La scatola blu percorse roteando una ventina di metri, parallela all'acqua e poi, forse un soffio di vento la fece roteare, cadere. Il coperchio si aprì e fiori e cenere caddero sulla superficie del fiume. La scatola cadde di piatto e galleggiò per un poco, tornando verso la riva. Cenere e fiori galleggiarono per qualche momento, poi sparirono sotto le piccole rabbiose onde scure.
"RIP" disse l'Uomo Alto.
"Che vuol dire?" chiese la Gemma.
"Requiescat in pace, rest in peace, riposa in pace, non so che altro dire. Non era molto religiosa, ma forse ha già pagato abbastanza."
La scatola vuota venne presa da un mulinello che apparve improvviso, e venne risucchiata verso il fondo.
"Tre volte il fe' girar con tutte l'acque ..." mormorò l'Uomo Alto, e la Gemma continuò e concluse, sommessa:
"E la quarta girar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com'altrui piacque
infin che il mar fu sopra noi richiuso."
L'Uomo Alto la guardò piacevolmente sorpreso e la Gemma si giustificò:
"O un glielo avevo detto che il mi' babbo voleva farmi studiare? Piuttosto, mi racconti un po' ... se la conosceva appena, o allora com'è che Lei la s'è presa tutta 'sta briga? Piuttosto, non crede che ci starebbe bene un'Ave Maria? E com'è possibile che non sia mai esistita? Mi racconti, per favore!"
"É una storia molto lunga." si schermi l'Uomo Alto.
La Gemma, tirando fuori dal sacchetto pane, prosciutto, formaggio e banane, ribatté:
"Tutte 'ste emozioni m'han fatto venir una fame! Abbiamo tutto il tempo che vogliamo." Guardò l'orologio e calcolò:
"Due ore e mezzo finora ... un'altra mezz'ora per arrivare in stazione ... guardi! lei mi paga tre ore e da adesso in poi non le faccio pagare più nulla, non dica di no, me lo posso permettere. Un gliel'ho detto? In più, son anche vagabonda, per oggi ho già lavorato abbastanza e poi sono tanto, ma tanto curiosa, mi racconti!"
L'Uomo Alto prese una fetta di pane e una di prosciutto, aprì un grosso temperino dal manico verde oliva e cominciò a raccontare:
"Ci sono pochi posti al mondo più caldi di una nave che naviga in acque equatoriali. Non ci sono alberi, non ci sono colline a fare un filo d'ombra e il sole batte senza misericordia, per dodici ore e forse più. Sulla fiancata che guarda verso Nord, fa un po' meno caldo, lì una volta c'erano le cabine di Prima Classe dei vapori, a babordo all'andata, a tribordo al ritorno. 'Port out, stardbord home', da cui 'posh', che ha preso il significato di elegante, raffinato, comodo, di prima classe, insomma!"
"Giue! come la Melle, allora!" Esclamò contenta la Gemma.
"Quali lamelle?" chiese l'Uomo Alto.
"La Melle Poscie, no? una delle spaiz gel!"
L'Uomo Alto era abituato ad accenti ben peggiori, quindi capì:
"Vuol dire Mel Posh delle Spice Girls?" e la Gemma si spazientì e divenne bellicosa:
"O io che ho detto? ma vedi tu! chi l'avrebbe mai immaginato!"
L'Uomo Alto disse gentilmente:
"Credo che lei si sbagli, quella detta Posh è la Vicky, non una delle due Mel ...".
"Ma lei come le sa tutte 'ste cose? Non avrei mai creduto .."
L'Uomo Alto sorrise e riprese:
"Uno dei pochi posti più caldi di una nave in navigazione in acque equatoriali è una nave ancorata in un porto equatoriale. Non c'è neanche il beneficio del movimento o della brezza del mare aperto."


Era stato su una nave alla fonda nel porto di *** che l'Uomo Alto aveva incontrata Beatrice. Come quasi tutti i porti africani, anche quello di *** è collocato all'estuario di un fiume. Non ci sono onde, ma non c'è neanche un alito di vento. Il porto è sicuro ma molto caldo, acqua salata e acqua dolce si mescolano, enormi coccodrilli e giganteschi pescicani convivono beatamente.
La nave era piccola, grigia e, se aveva un nome, l'Uomo Alto non l'aveva mai saputo. Sulle fiancate, vicino alla prua, c'erano tre enormi numeri 147 e sulla poppa una sigla che l'Uomo Alto non ricordava, ma che voleva dire Reale Marina Militare Britannica.
Tutto era cominciato una mattina, mentre l'Uomo Alto faceva colazione in albergo, prima di andare in ufficio.
L'Uomo Alto era nel Paese a capo di una Missione Umanitaria. Forse qualcuno in Sede si era ricordato che parecchi anni prima, l'Uomo Alto aveva lavorato a lungo proprio in quel paese, e doveva aver pensato che, anche se vecchio e ormai in pensione, l'Uomo Alto era la persona più adatta per le circostanze.
O forse, molto più probabilmente, proprio perché era vecchio e ormai in pensione, visto che nel Paese si sparava ancora liberamente, forse avevano considerato che sarebbe stato una perdita meno grave di quella di un giovane funzionario! L'Uomo Alto era disincantato e senza più illusioni, ma continuava ad avere speranze e fanciulleschi ideali, aveva così accettato, ancora una volta, una di quelle missioni improbabili pensando: 'Se non lo faccio io, non lo fa nessuno e speriamo che questa volta serva a qualcosa!'.
Comunque, quella mattina due ufficiali Britannici si erano avvicinati al suo tavolo, avevano salutato con la mano alla visiera e gran batter di tacchi. Uno era un biondino tutto vestito di bianco, con i pantaloncini al ginocchio e i calzettoni della Marina della Sua Graziosa Maestà. L'altro era un pezzo di marcantonio, con un basco rosso e una tuta da leopardo, cosparsa di patacche, medaglie e bandierine, galloni, paracaduti d'ottone e un nome irlandese scritto sul taschino sinistro.
"Ingegnere buongiorno, lei permette? Io sono il guardiamarina Briston della Marina Reale e questo è il tenente O'Connor del Servizio Speciale dell'Aria. Dovremmo parlarle."
Al suo gesto di invito, si erano tolti i berretti e si erano seduti.
L'Uomo Alto aveva ordinato caffè, tè e succo d'arancia anche per loro.
Erano arrivati ambedue armati e il tipo col berretto rosso aveva posato il mitra sul tavolo, vicino al bricco del caffè.
"La prego, potrebbe appoggiare questo coso in terra, magari sotto la sua seggiola?" lo aveva pregato l'Uomo Alto.
"Ma Ingegnere, siamo in guerra! Nel caso di un attacco di guerriglieri, vorrei averlo a portata di mano!"
"Credo che, se i guerriglieri attaccassero, non li vedremmo neanche. Sarebbe una pioggia improvvisa di bombe a mano e il mitra se lo potrebbe friggere. Perché quindi non la pianta?"
Quello aveva riso:
"Sa, con l'abitudine, la familiarità, si diventa incuranti, disattenti. Il mitra diventa una parte di noi, del nostro abbigliamento, come un paio di guanti. E come un paio di guanti, lo si appoggia sul tavolo."
"Mai sentito di nessuno accoppato accidentalmente da un paio di guanti!" aveva brontolato l'Uomo Alto e quello aveva riso e cominciato a parlare, bevendo caffè e mangiando grossi bocconi di crostata alla marmellata di albicocche.
Aveva parlato quasi sempre lui, mentre il biondino beveva té e annuiva col capo. Avevano spiegato:
"Avremmo anzi abbiamo bisogno di un interprete italiano e in questo momento, lei è l'unico italiano disponibile nel paese, dopo la grande fuga e l'evacuazione degli occidentali. Anche il vescovo e i missionari sono stati sequestrati dai guerriglieri e non se ne sa più niente, neanche dove siano finiti."
L'Uomo Alto aveva assentito, ma non aveva detto niente e, a quel punto, il tenente dal basco rosso aveva chiesto, ma non era una domanda:
"Sarebbe disposto a collaborare?"
"Certamente!" aveva risposto senza esitazione l'Uomo Alto. Ed aveva aggiunto:
"Con grande entusiasmo!"
Il tenente col basco rosso lo aveva guardato un po' dubbioso per alcuni lunghi secondi e gli aveva chiesto:
"Lei è un simpatizzante?"
"Mica tanto, a dire la verità."
"Come mai allora?"
"Tenente, mi creda: durante la mia lunga vita, ho imparate molte cose utili, tra le quali il fatto che, quando in un paese in guerra, due militari con tanto di mitra ti chiedono di collaborare, se non hai sottomano un valido certificato medico, è bene collaborare e con un certo entusiasmo".
Lo avevano portato con una grossa jeep fino al porto, e poi con un motoscafo irto di mitragliatrici e di antenne radio fino alla nave numero 147. Questa, vista da vicino, non era mica poi tanto piccola. Dava quell'impressione perché era ancorata accanto a due portaerei e ad una manciata di giganteschi incrociatori.
Erano saliti su per una scaletta, accolti da fischi, batter di tacchi, grandi saluti e urla stentoree. Anche l'Uomo Alto aveva salutato la Union Jack e la lunga bandiera bianca delle navi da guerra britanniche. Poi lo avevano portato di sotto, in una sala dove c'erano vari ufficiali e due o tre africani che, l'Uomo Alto aveva saputo poi, erano giudici e avvocati locali.
Gli avevano detto:
"Dobbiamo processare un prigioniero, un guerrigliero catturato, pare di origine italiana. Lei dovrebbe giurare il segreto. Lei dev'essere papista, pardon, Cattolico, le risparmiamo la mano sulla Bibbia, ma ci basta la parola d'onore."
Forse l'Uomo Alto avrebbe dovuto ricordare che, in inglese, molti sostantivi e gli aggettivi non hanno genere, quindi un prigioniero è sempre 'prisoner', anche quando è una prigioniera, come in quell'occasione. Ma quello l'Uomo Alto lo aveva scoperto solamente pochi minuti più tardi, quando una sentinella, con fucile e tanto di baionetta inastata, aveva aperta una porticina di ferro, facendo girare una ruota che pareva il volante di un'auto.
La stanza era piccola, semi buia e fetida. C'era un caldo soffocante e sulle prime, l'Uomo Alto non era riuscito a distinguere bene la persona seduta al tavolo, con un braccio appoggiato su di un corrimano posto lungo la parete. Poi i suoi occhi si erano aggiustati alla scarsa luce e aveva notato così che il braccio era appoggiato alla spranga di ferro perché il polso era ammanettato al corrimano. Il prigioniero poteva così muoversi lungo due lati della stanzetta, da un piccolo cesso vicino alla porta al lavabo, al tavolo ed infine alla branda, pur rimanendo sempre ben ancorato alla parete.
"Prigioniero!" aveva detto seccamente l'ufficiale col berretto rosso "qui c'è il suo interprete, un ingegnere suo connazionale. Il processo quindi può avere luogo ed inizierà domani." e se ne era andato, lasciandolo solo col prigioniero.
L'Uomo Alto si era reso conto che si trattava di una donna, alta, biondastra, scapigliata e notevolmente sudicia. Era madida di sudore, anche l'Uomo Alto aveva cominciato a sudare abbondantemente, faceva un caldo infernale.
"Cosa me ne faccio io, di un interprete?" aveva abbaiato la donna.
"Non lo so, ma pare sia il regolamento. La legge."
"Retaggio del loro colonialismo, della loro secolare oppressione dei popoli!"
"Colonialismo, ipocrisia o fair play, comunque sia, io sono qua, se lei vuole." aveva ribattuto l'Uomo Alto, che cominciava a perdere la pazienza. Si era messo a sedere sull'altra sedia e, nel tentare di avvicinarla al tavolo, si era accorto che era imbullonata al pavimento di metallo. La fioca lampadina le creava ampie ombre sul viso. L'Uomo Alto si era presentato e lei a sua volta aveva detto:
"Io sono la comandante Bea." e aveva precisato ridacchiando: "Bea, come la compagnia aerea. Ha una sigaretta?"
"No, ho smesso ma, se vuole, me le posso procurare e gliele porterò."
"Ha fatto bene a smettere, fumare fa male."
"Ho smesso di fumare, vivrò una settimana di più e quella settimana pioverà!" aveva detto l'Uomo Alto. Lei aveva riso e l'Uomo Alto aveva precisato:
"Non è mia, è di Woody Allen."
"Buona lo stesso, io invece continuerei a fumare, per quel che mi resta da vivere."
"Non dica così!" aveva cercato di rincuorarla l'Uomo Alto "Un processo è un processo e sicuramente sarà giusto."
"Sarà secondo la legge, oh certo, la loro legge! Questi cani imperialisti, e sporchi fascisti che non sono altro hanno già deciso di farmi fuori!" Aveva alzata la voce "e anche tu, sporca spia traditore, vattene, porco fottuto!"
"Credo che lei si sbagli, per lo meno per quel che riguarda me! Non sono certo un imperialista, e sono qui solo per fare da interprete a lei. Se lei non vuole, non fa che dirmelo e io vado di sopra, o di sotto, dove diavolo sono quelli, dico che lei ne ha abbastanza e me ne torno a terra a fare in santa pace il mio lavoro."
"Che lavoro è?" aveva chiesto la Bea.
L'Uomo Alto lo aveva spiegato e lei aveva riso sprezzante:
"Viveri alla popolazione!!? FATE SCHIFO! E' come gettare un osso agli affamati, dopo che per secoli li avete depredati, derubati e venduti come schiavi!"
"Sì, lo so che è poco, pochissimo ... ma è sempre meglio che niente, non crede? Io poi non ho mai venduto come schiavo nessuno! E non ho mai depredato nessuno e del Colonialismo sono responsabile esattamente quanto lei, cioè niente. Però posso ammettere che lei potrebbe anche aver un po' di ragione, ma credo che questo non c'entri con la sua situazione, col processo. Come mai lei è qui? Cosa ha fatto che mi hanno fatto giurare il segreto? Cos'è tutto questo mistero di un civile, una donna, una cittadina straniera, tenuta prigioniera su una nave militare, incatenata in attesa di processo?"
"Di una corte marziale!" lo aveva corretto la comandante Bea "una corte marziale che si concluderà senz'altro con una condanna."
"Ma dove? Come potrebbero incarcerarla? Non possono tenerla per anni su questa nave!"
"Tu, mio bell'ingegnere!" aveva detto sarcastica la Bea "nonostante i capelli bianchi, non hai capito niente! La condanna sarà la pena capitale, mi impiccheranno o, se va bene, mi fucileranno, non hai proprio capito nulla, non fare quella faccia! Non ci credi? Vallo a chiedere ai tuoi amici di sopra. Vai, vai! sei proprio un bel bischero!"
"Lei è toscana!" aveva affermato più che domandato l'Uomo Alto.
"Si, perché? che c'entra? E stato tanto tempo fa."
Avevano scoperto di aver vissuto nello stesso minuscolo borgo sulla riva dell'Arno alla periferia di Firenze, seppure a tanti anni di distanza, che però erano appena poco più di venti, di aver frequentato la stessa piccola scuola elementare di campagna, ma l'Uomo Alto aveva abitato nella grande villa, lei invece in una della piccole case a due soli piani ma in lunghissime file, così caratteristiche della periferia di Firenze, e che forse, era stata di proprietà dell'Uomo Alto, che il padre di lei, forse, era stato compagno di banco dell'Uomo Alto.
L'Uomo Alto le aveva offerto:
"Ho dei contatti, posso far intervenire le Autorità Italiane per salvarla.2
lei si era messa a ridere e gli aveva confidato che lei "non esisteva". Gli aveva spiegato:
"Quando si entra davvero nella clandestinità, misteriosi sconosciuti compagni compiacenti distruggono ogni prova della tua esistenza e della tua identità e magari te ne costruiscono un'altra fittizia. Non credo ci sia più un registro, una lista, un archivio che contenga il mio nome."
"Ma lei si chiama davvero, lei è davvero Beatrice Portinari?" le aveva chiesto l'Uomo Alto, lei gli aveva risposto ridendo:
"Ti assicuro! e ti puoi immaginare quanto mi prendevano per il c ... a scuola, con la storia del 'tanto gentile e tanto onesta pare' e quel che segue."
Quando l'Uomo Alto le aveva chiesto cosa seguisse, lei aveva declamato con aria beffardamente ispirata:

"tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia quando l'altrui saluta
che veramente la verrebbe a noia,
ma un ti devi per nulla preoccupare
ché lei invece, è cosa risaputa,
è becera, ignorante e tanto troia."

Nei pochi, pochissimi giorni che avevano passati assieme, avevano chiacchierato di tutto e lei aveva usato (un po' forzatamente, era sembrato all'Uomo Alto), il linguaggio più volgare che avesse mai ascoltato. Ad un certo pinto, lei aveva dichiarato:
"Sarebbe stato davvero bello ci fossimo incontrati vent'anni fa!"
Quando l'Uomo Alto le aveva fatto osservare che avrebbe potuto essere suo padre, lei aveva riso e aveva dichiarato sguaiatamente:
"E allora? Io avrei avuto 22 o 23 anni e tu neanche 50. Io ti avrei 'strapazzato' ben bene! Perché io credimi, vent'anni fa ero davvero 'pericolosa', sai?" aveva ridacchiato, atteggiando il viso in una comica espressione teatralmente sensuale e seducente.
"Un sacco di ragazzette se la fanno con uomini maturi, anche se non lo raccontano in giro, ma credo sia una tappa obbligata."
Forse aveva ragione, ma aveva usato un termine cosi volgare che all'Uomo Alto era venuto un piccolo brivido alla nuca.
In ogni lingua esistono vari termini, più o meno coloriti, per indicare l'atto sessuale, ma lei deliberatamente aveva usato il peggiore.
L'Uomo Alto era convinto che facesse così per nascondere la paura, per sfida. Forse voleva apparire una dura fino in fondo.
Quando, la prima sera, lo avevano accompagnato nella sua cabina con aria condizionata ed aveva fatta una lunga doccia e si era cambiato in indumenti puliti e stirati, e si era ritrovato nella mensa ufficiali, sempre aria condizionata, una musica di sottofondo, un cicaleccio garbato, ufficiali di ambo i sessi e con svariate uniformi, l'Uomo Alto aveva pensato alla Beatrice, ammanettata nella sua fetida cella, veramente 'ai ferri', come dicevano ai tempi di Nelson.
E ne aveva provato vergogna.
Tramite l'ufficialetto biondo, era riuscito a parlare col Capitano della nave e da questi ad ottenere, un po' pregando, un po' ricattando, un po' appellandosi ai sentimenti di umanità, migliori condizioni.
"Non merita niente." aveva detto il Capitano.
"Ma a voi che ve ne frega? Non sarà certo un po' di sudore a farla pentire, e poi una corte marziale è sempre una corte marziali, o no? Credo che non ci siano dubbi sull'esito, per un civile che ha sparato sulle truppe di Sua Maestà."
"Temo proprio di no." aveva detto il Capitano, usando quella curiosa espressione che gli inglesi usano quando invece non glie ne frega proprio niente, quando anzi, magari sperano proprio che vada nel modo che loro dicono di temere.
Temo proprio di no, te lo dice il professore che ti boccia, il capo che ti licenzia e il direttore della banca che ti nega un prestito.
"Ma a voi che importa?" aveva insistito l'Uomo Alto "tanto sabato la accoppate lo stesso."
"Le Forze Armate di Sua Maestà non 'accoppano' nessuno, sia ben chiaro!" era sbottato sdegnato il Capitano "Nel corso di azioni di guerra, per raggiungere gli obiettivi assegnati, infliggono perdite al nemico. Nel caso specifico, assistono le Autorità locali ad applicare le leggi nazionali, così che la giustizia possa fare il suo corso. La prigioniera è colpevole di sedizione, rivolta armata, alto tradimento e plurimo assassinio, tutti reati in questo paese punibili con la pena capitale."
L'Uomo Alto aveva studiato attentamente la nocca ripiegata del proprio indice destro, se l'era passata lentamente sui baffi e aveva insistito:
"Questo è un bel giro di parole, ma il fatto rimane che, brutta troia o povera creatura che sia, sabato mattina verrà uccisa. Ma non si addice certo alle Forze Armate di Sua Maestà infierire su un prigioniero."
Il Capitano lo aveva guardato un attimo pensoso, poi aveva annuito lentamente ed aveva preso un foglio dal ripiano della scrivania.
L'intervista era terminata.
Il giorno dopo però, l'Uomo Alto aveva trovato Beatrice in una cabina molto più spaziosa, con le pareti bianche, l'aria condizionata e un piccolo bagno privato ancorché senza porta. Si vedevano però le recenti saldature che fissavano due sbarre in croce sull'oblò e che ancoravano al pavimento branda, tavolo e due sedie. Beatrice indossava una tuta pulita di un color oliva pallido, stretta in vita da un elastico e che rivelava un corpo florido e palesemente atletico.
Ripulita, con i capelli lavati e pettinati, era persino piacente, uno di quei tipi così decisamente anglosassoni che, ad Est di Dover, si incontrano unicamente a Firenze.
Soltanto un grosso livido su uno zigomo, un graffio sulla gola e le braccia coperte di punture di insetti infettate, rivelavano la violenza dei giorni precedenti.
Al posto del marinaio con baionetta inastata c'era, sempre presente ai loro colloqui, un militare di sesso femminile, a volte con la bianca divisa della Marina, ma più spesso con la tuta leopardo e il basco rosso che, scoprì più tardi l'Uomo Alto, apparteneva al S.A.S., un corpo di elite, di duri fra i duri.
Una sola volta, quando Beatrice aveva indicato una di queste amazzoni dicendo: 'la mia collega qui presente', questa aveva rivelato di non essere di legno come sembrava e aveva ringhiato tra i denti:
"Niente a che spartire con questa sporca troia terrorista."
Durante la mattina c'erano state le brevi udienze del processo. Un gran tavolo semicircolare, gremito di ufficiali, con varie divise, e alcuni borghesi, tra cui un grosso africano con gli occhiali dalla montatura dorata, la toga rossa e la parrucca bianca dei giudici locali, che scimmiottano quelli Britannici.
Il Pubblico Ministero, o forse era il Pubblico Accusatore o forse l'Accusa, si era messo sulla punta del naso un paio di mezzi occhialetti, ed aveva letto con faccia indignata la lunga lista delle imputazioni e dei delitti di cui era accusata Beatrice. Aveva cominciato con alto tradimento, rivolta armata, plurimi omicidi, strage, sabotaggio, distruzione e danneggiamento di beni mobili ed immobili di proprietà sia pubblica che privata, per continuare con associazione a delinquere, furti e rapine a mano armata, istigazione al delitto, cospirazione e così via.
Quando aveva finito, aveva guardato malevolo Beatrice ed aveva chiesto all'Uomo Alto:
"La prigioniera ha qualcosa da dire?"
Quando l'Uomo Alto aveva tradotto la lista dei capi di imputazione e la domanda, Beatrice aveva ghignato beffarda e detto con un largo candido sorriso:
"Ci mancano solo stupro, ubriachezza molesta, schiamazzi notturni, bigamia e abigeato."
L'Uomo Alto era riuscito a reprimere un sorrisetto divertito, ed aveva tradotto la risposta, mantenendo però la parola latina per il furto di bestiame. Ed aveva avuta la soddisfazione di vedere il P. M. momentaneamente senza parole.
Quando gli era stato chiesto di spiegarsi meglio, l'Uomo Alto aveva usata la parola 'rustling', un vocabolo preso pari pari dai film western, di quelli con John Wayne. Il P. M. aveva allora fatto un cenno alla dattilografa in uniforme di aggiungere le nuove imputazioni. Poi aveva chiesto all'Uomo Alto:
"La prigioniera sta forse deridendo la Corte?" E l'Uomo Alto non aveva potuto trattenersi dal rispondere con viso falsamente contrito:
"Ho proprio paura di si, Vostro Onore."
Dall'altra parte del tavolo, dove sedeva ammanettata tra due marinai, Beatrice gli aveva sorriso, strizzato un occhio e mandato un bacio.
A dir la verità, le avevano assegnato anche un difensore d'ufficio che però, aveva aperto bocca solo due volte: la prima al termine della lettura dei capi d'accusa e la seconda al termine della lettura della sentenza.
Ambedue le volte si era limitata ad una sola frase:
"Mi rimetto alla clemenza della Corte."
Il P.M. era un ufficiale che abbaiava domande che l'Uomo Alto doveva tradurre, e che più di una volta aveva ordinato di rispondere solamente si o no, oppure non so, e se la prendeva con l'Uomo Alto, come se fosse stato lui il responsabile degli sproloqui di Beatrice, a base di aggressione imperialista, fratellanza tra i popoli, diritti della masse diseredate, neo colonialismi, libertà, etc. ..
Beatrice non aveva mai usati mezzi termini e l'Uomo Alto a volte non sapeva come tradurre, ma l'ufficiale gli aveva detto di non preoccuparsi perché, qualunque cosa la prigioniera pensasse delle Forze Armate e del Contingente dell'Organizzazione degli Stati Africani, loro pensavano sempre peggio di lei, una mercenaria terrorista, assassina senza onore, che aveva portato morte e distruzione nel paese, in nome di certe false ideologie che da almeno dieci anni si erano rivelate storicamente superate.
Beatrice aveva continuato ad insistere:
"Io sono un ufficiale dell'Esercito di Liberazione e esigo di essere considerata un prigioniero di guerra come è mio diritto secondo ls Convenzione di Ginevra."
Ma non le avevano fatto caso.
La terza sera, l'Uomo Alto aveva preso il coraggio a quattro mani e le aveva chiesto brusco:
"Ma tu hai ucciso, come concili morte e violenza con i tuoi discorsi e forse desideri di pace, di amore e di fratellanza fra i popoli? come hai potuto mettere bombe e uccidere innocenti?"
Beatrice aveva sospirato stancamente e aveva detto, con voce paziente:
"Potrei risponderti che non si fa la frittata senza rompere le uova, ma sarebbe semplicistico e sciocco. Ti farò io una domanda: perché mai è un delitto mettere una bomba in un cinema, ma è perfettamente legale spazzar via il cinema e tutti gli spettatori con una bomba d'aereo o con una salva d'artiglieria? Perché? Perché alcuni possono uccidere e altri no? Coventry, Londra, Amburgo, Dresda, Hiroshima o Bagdad si possono bombardare e distruggere, mentre invece un palazzo in Tel Aviv o Dublino o dove che sia, non si devono toccare?"
L'Uomo Alto aveva detto, un po' seccato:
"Una cosa è il terrorismo, un'altra la guerra."
"Ma siamo in guerra! Non te ne rendi conto? da quando si nasce e qui in Africa più che mai! Sì, sì, va bene! abbiamo armati i ragazzi e li abbiamo mandati a uccidere e a morire, ma non siamo certo stati noi i primi. Ti ricordi della Gioventù Hitleriana, di quella del Littorio e, otto o nove secoli fa, della Crociata dei Fanciulli, al grido di 'Dio lo Vuole'!? che speranze ha un ragazzino africano? Sai bene che ogni tanto trovano una nave piena di schiavi, ancora oggi come prima del 1850 e chissà mai quante sono quelle che non vengono trovate! sai bene che una bambina viene venduta per 10 dollari, sai bene che si muore di fame e che il 40 % degli africani ha l'AIDS, così che fra pochi anni sarà una rarità trovare il non-contagiato."
L'Uomo Alto aveva ribattuto:
"Credo di capire, e forse la penso come lei, anch'io ci sto provando, anche se è il compito di Sisifo, anche se è una goccia in un mare. Ma da lì a uccidere ... per un ideale ..."
"La guerra è guerra, non c'è più tempo, devono ottenere la libertà!"
L'Uomo Alto aveva detto, con ironia un po' amara:
"Libertà, quanti delitti si commettono in tuo nome!" E Beatrice aveva ribattuto stancamente:
"Tutti credono di aver ragione, perfino Hitler affermava di avere Dio dalla sua parte, 'Gott mit uns'! Tutti sperano di aver ragione. Noi ci credevamo e poi invece, ad un tratto, è crollato tutto e allora ... tanto vale affondare combattendo. L'hai detto tu, che l'eroe di una parte è il bandito della parte avversa. Dimmi tu, quanti poveri inglesi ha infilzato, affettato, decapitato, sventrato la tua brava Giovanna d'Arco, con la sua bella lucente spada? Però lei è una santa, venerata e rispettata! Forse io sono l'ultima Giovanna d'Arco."
"Lei finì sul rogo." Aveva detto l'Uomo Alto "e poi lei combatteva per motivi religiosi."
"Ma va'!" aveva detto Beatrice "è che il re di Francia voleva eliminare la base che il re d'Inghilterra ancora aveva in Europa. Lei fini sul rogo ed io finirò impiccata, e i nostri carnefici, o giustizieri, sono sempre gli Inglesi. E forse io sono la Giovanna d'Arco di questo nuovo millennio, della nuova religione che si chiamerà Giustizia Sociale, o forse chissà come cavolo."
"Ma incendiare, saccheggiare, stuprare, ubriacarsi e uccidere ... bella conquista sociale!"
"Quando non si ha mai avuto niente, si vuole tutto e lo si vuole subito. Cosa credi che abbia fatto la 'folla dei cittadini', i 'figli della patria' in quel famoso 'giorno di gloria' alla Bastiglia, a Versailles, alle Tulieries, al Giardino d'Inverno, in mille e mille altri palazzi ville e castelli, attraverso i secoli e in tutto il mondo? Molti vengono ricordati come eroi della Libertà, altri no. Forse, perché sono neri? Dimmelo tu!"
Nel pomeriggio, invece di preparare col suo avvocato una parvenza di difesa, Beatrice aveva preferito avvalersi del permesso concessole dal Capitano e chiacchierare con l'Uomo Alto di Firenze, del piccolissimo paesino che li aveva visti ambedue bambini e poi adolescenti, seppure ad otre vent'anni di distanza, del fiume, del mulino, delle colline, dei cipressi del viale della villa, del traghetto e degli ulivi.
Erano conversazioni a base di domande meravigliate come:
"C'era ancora ai tuoi tempi ... ?"
Oppure del tipo:
"C'era già ai tuoi tempi ...?"
Lei una sera gli aveva chiesto:
"Ma tu dove abitavi?" e, saputo che la sua casa era stata la grande villa, aveva esclamato con un misto di rispetto e di meraviglia:
"Ma allora lei ... ma allora tu saresti 'il Signorino'! quel famoso Signorino! Mi raccontava la mi' mamma che se ne era andato, nessuno sapeva dove, ma dicevano in America e non era più tornato e nessuno sapeva che fine avesse fatto, né perché. Perché?" gli aveva chiesto.
"Ooh! una lunga, triste e vecchissima storia di eroi e di figli di puttana. Lasciamo perdere, ormai i protagonisti ormai son morti quasi tutti."
Spesso, quando avevano ricordato Firenze, Beatrice aveva canticchiate alcune vecchie canzoni, tra le quali anche 'La porti un bacione a Firenze'.
"La conosci?" gli aveva chiesto.
"Certo che la conosco! Ho persino conosciuto l'Autore."
"Spadaro? Ma davvero!? Non mi dire! O come!?" aveva chiesto Beatrice meravigliata.
"Sì, proprio lui! Non so più per qual ragione, era amico di mio padre. Una sera, seduto nell'aia, compose una canzone e ci aggiunse una frase gentile quando ci raggiunse mia sorella, che forse allora aveva 16 anni. La canzone era 'Un valzer di poera gente'. Si definiva, l'ultimo menestrello, o magari era l'ultimo trovatore? Forse l'ultimo giullare? Era bravo e sfortunato. Lo rividi dopo molti, molti anni, vecchio, dimenticato e parecchio rimbambito. Non mi riconobbe nemmeno, però fu così contento che qualcuno si ricordasse di lui, che io allora gli feci molte feste, per farlo ancora più contento."
"Tu sei gentile!" aveva detto Beatrice "ti devono volere tutti molto bene."
"In effetti ..." aveva detto l'Uomo Alto "ci vuole molto poco a farsi voler bene. C'era anche una poesiola con questo titolo, ma puoi prendere delle fregature tremende."
L'Uomo Alto aveva insistito per far qualcosa e coinvolgere nel caso le Autorità Italiane, per scrivere ad un giornale, per smuovere l'opinione pubblica, ma lei gli aveva ricordato:
"Ma tu hai data la tua parola d'onore!"
"L'onore?" aveva ribattuto l'Uomo Alto "L'onore è una cosa personale. Alcuni pensano solo alle corna, altri a stupidi debiti contratti giocando con altri idioti e li chiamano debiti 'd'onore', poi magari non pagano dipendenti, fornitori o le tasse. Io sarei felicissimo di disonorarmi per salvare una vita, purché non fosse la mia."
E lo aveva detto davvero convinto.
Beatrice se ne era resa conto e ne era rimasta grata e commossa, ma non aveva detto nulla di tutto quello che sentiva, invece lo aveva preso in giro:
"Lo vedi? Macché, tu non lo vedi mica! Sei davvero l'ultimo cavalier errante!"
Comunque lei aveva detto che non ne voleva sapere e gli aveva raccontato di suo padre:
"Forse era una brava persona, non so ... io me lo ricordo come un fannullone e per quello perennemente disoccupato, alcolizzato e sempre dentro e fuori dalle Murate, ti ricordi? Allora era il carcere di Firenze, per risse o piccoli furti. Ma poi però, era morto sotto un camion tentando di salvare un bambino, ma era un broccione, un inetto, così pasticcione, poer'omo, che non riuscì manco in quello! Forse era ubriaco!" Ridendo un po' amaramente aveva commentato:
"Forse c'è un eroe nascosto anche nel peggior figlio di puttana."
L'Uomo Alto aveva detto:
"Spesso è invece vero proprio il contrario e forse è solo una questione di punti di vista. L'eroe di uno è il brigante dell'altro."
Lei aveva cercato di convincerlo che la sua rivoluzione era una missione, si paragonava al Che e voleva che l'Uomo Alto la ricordasse come una martire. Aveva raccontato di interminabili livide giornate invernali in Bulgaria, di lunghe marce estenuanti nelle aride vallate della Siria, di incursioni 'in and out', che lei chiamava 'sveltine' e di attentati dinamitardi che lei, per assonanza con una parolaccia del peggior gergo americano ('blow' esplodere, 'job' lavoro), definiva 'pompini'.
A lui faceva una pena infinita, e non si capacitava come si potesse pensarla così.
"Ci credevamo!" insisteva lei "ed in pochi abbiamo continuato a crederci."
La loro ultima sera insieme, dopo la lettura della sentenza, che non era stata altro che la conferma della condanna, sedevano in silenzio ai due lati del tavolo. L'Uomo Alto teneva tra le sue la mano libera di lei, l'altra era ammanettata alla sbarra lungo la parete.
Lei aveva chiesto sottovoce:
"Cosa credi, farà molto male?"
L'Uomo Alto aveva risposto, sforzandosi di apparire tranquillo:
"Proprio non saprei, ma ricordo di aver letto in un libro che il peso attaccato ai piedi serviva proprio per eliminare il dolore e l'agonia."
Bea aveva chiesto chi fosse l'Autore del libro e l'Uomo Alto le aveva risposto:
"Non ricordo esattamente ma mi pare fosse Le Carrè, lo conosci?" e lei aveva annuito in silenzio ed era sembrata soddisfatta.
Poi aveva fatto della lugubre ironia sul fatto che, in un paese così disastrato, dove non funzionava più niente, il forno crematorio funzionasse ancora.
L'Uomo Alto aveva ribattuto:
"Mica vero! Funziona l'aeroporto, il traghetto, luce, acqua telefono, gli ospedali per i civili, gli alberghi e poi, è bene che in tutta 'sta carneficina, si possano cremare i cadaveri. Sempre meglio delle fosse comuni ..."
Era stato allora che d'improvviso, lei gli aveva chiesto, a voce bassissima:
"Per favore, riportami a Firenze. Anche se sono una figlia senza più nome, che nessuno piangerà mai perché ormai nessuno mi ricorda più."
E l'Uomo Alto aveva promesso.

"E così, eccomi qua!" disse l'Uomo Alto.
La Gemma, che sotto le sue maniere da maschiaccio era invece una tenerona, si soffiò con forza il naso, prese il tascapane di tela kaki e chiese:
"E questo da dove viene?"
"Questo apparteneva all'ufficiale dal berretto rosso, che me lo portò il giorno dopo, proprio pochi minuti prima che io prendessi il traghetto per l'aeroporto. La scatola di latta da biscotti ce l'ho aggiunta io, perché lui aveva messo quel che restava di Beatrice in un sacchetto di carta marrone."
"E i fiori?" chiese la Gemma "Perché le gardenie?"
"Tanti anni fa, nelle ville intorno a Firenze, si producevano limoni, violette e gardenie, oltre naturalmente agli iris. Tanto Beatrice che io le ricordavamo con nostalgia." Rimase un attimo in silenzio e poi aggiunse, come se avesse fatta chissà quale meravigliosa scoperta:
" 'Beatrice piange', ecco cos'era!"
"Cos'era cosa?" chiese disorientata la Gemma.
"Nei messaggi speciali da Radio Londra in tempo di guerra, quelli dopo il Bom Bom Bom Boooom! della Quinta Sinfonia, il messaggio per la zona di Firenze era 'Beatrice piange'.."
"Ma questo che c'entra?" chiese la Gemma, che non aveva la più pallida idea di cosa stesse parlando.
"Niente. Proprio niente." rispose l'Uomo Alto. "Ma mi è venuto in mente ed ho pensato che, adesso, qualcuno finalmente può piangere per Beatrice."
"Era giovane? Quant'anni l'aveva?"
"Era giovane, forse venticinque anni più giovane di me. Forse quaranta, forse quaranta cinque, più o meno."
"Beh, mica più una bimbetta, allora!" disse la Gemma con la crudeltà dei ventenni. "O che a quell'età l'aveva ancora la fantasia di giocare al Che Guevara?"
"Lei ci credeva."
"Mah!? Il mi' poero babbo mi portava alle Feste de l'Unità. Si ballava, c'era magari Gianni Morandi ma, dopo le canzoni e i balli, cominciavano i discorsi ... du' palle! Io la politica un la reggo, non la sopporto proprio!"
Ci fu un lungo silenzio.
"Era innamorato della Beatrice?" chiese la Gemma, che in fondo era una romantica "O magari, era la Beatrice che era innamorata di lei?"
L'Uomo Alto si passò pollice ed indice della sinistra sui baffi bianchi, osservò due rondini che si inseguivano a fior d'acqua e rispose:
"Alla mia età? non credo proprio! Come si potrebbe amare, quando ci si conosce da due giorni e si sa che fra altri due giorni sarà tutto finito? Certamente, c'era una gran tenerezza, un'affinità per tutto quello che avevamo in comune e di contrario, per i vent'anni che ci separavano e per il fatto che io rappresentavo ai suoi occhi, un antico mondo ormai finito e lei aveva cercato di crearne un altro, uno nuovo, uno migliore, che però, forse, non è mai nemmeno cominciato. Capivamo ed amavamo i sogni ed i ricordi l'uno dell'altra, ma sapevamo ambedue di non avere più futuro, né insieme né da soli."
"Lei crede che fosse sincera?" Chiese la Gemma, che aveva gli occhi lucidi.
"Io penso proprio di si!" rispose l'Uomo Alto "Spero proprio di si, per lei ed anche per me."


Mentre ritornavano verso la stazione, l'Uomo Alto le chiese di fermarsi un momento su quello che quarant'anni prima era stato l'ultimo ponte a monte. La Gemma salì con l'auto sul largo marciapiede e tirò fuori il triangolo rosso:
"Così, se viene il vigile, dirò che la macchina scaldava e mi sono dovuta fermare per forza."
Tra i neri nuvoloni ricomparve il sole che era già basso sull'orizzonte, orlandoli di rosso fiamma. Per un istante l'acqua fangosa parve brillare come se fosse stata veramente metallo fuso. I ponti, le guglie, i campanili e le cupole della Firenze medioevale sembravano sagome ritagliate su cartoncino nero.
Alla Gemma parve di intravedere, tra le piccole onde fangose, alcuni punti bianchi che avrebbero anche potuto essere dei fiori. Diciotto candide gardenie.
"Ho le traveggole!" pensò la Gemma, poi disse all'Uomo Alto:
"Beatrice piangeva, ma adesso qualcuno piange per Beatrice, anche se è come non fosse mai esistita. Potrei avere questa borsetta gialla come ricordo di Lei e di Beatrice? E a proposito, come si chiama Lei?"
L'Uomo Alto sorrise:
"E' poi così importante un nome?"

Quando si lasciarono davanti all'ingresso della stazione, la Gemma scese dall'auto, gli buttò le braccia al collo e gli dette due grossi baci umidi e lacrimosi sulle guance abbronzate.
"Aveva ragione la Beatrice, avrei dovuto incontrarla vent'anni fa anch'io!"
L'Uomo Alto rise:
"Probabilmente non avevi ancora neanche incominciate le elementari!"
Da buona fiorentina, la Gemma volle avere l'ultima parola:
"Sì, è vero, va be'! Ma l'altezza è quella giusta, vuoi mettere?" e cominciò a canterellare 'La porti un bacione a Firenze'.
L'Uomo Alto si avviò verso il treno dopo aver controllato sul grosso tabellone. Un gruppo di ragazzi, che forse tornavano da scuola, lo raggiunse e lo avvolse. Una biondina lo apostrofò beffarda:
"O nonno! O che s'ha a fa' un 'safari'?"
L'Uomo Alto sorrise, si aggiustò sul naso gli occhiali da sole e rispose gentile:
"Ma certo mia cara, perché vedi, 'safari' vuol semplicemente dire viaggio!"
Da lontano, la Gemma lo salutava agitando il tascapane kaki con tutte quelle cinghie e quelle fibbie d'ottone.
"Beatrice, t'ho riportata a Firenze. RIP." mormorò l'Uomo Alto.
Si sentiva sollevato, quasi contento e salì agilmente i tre scomodi gradini.