Giampaolo Merciai

K102403 (vincitrice premio "Filippo De Pisis")

Mi tuffo nei ricordi
e brucio semi di tempo.
Fuggo disperata dalla luce nera
di notti insonni
dove strade d'ombre
sembrano non finire.
Ti vedo ancora su quella panca
dove posasti i tuoi stracci
sotto gli occhi di uniformi criminali.
Il burattinaio sterminatore
abbassò il sipario
sul tuo torbido destino.

Madre, dov'è quel tuo bel seno
che mi nutriva da bambina?
Dove sono i tuoi occhi
che sapevano parlare agli uomini?
Il tuo petto è piatto come un lago,
le tue pupille, mute senza più parole.
Le tue ossa, sporgono
come un rumore nella notte,
il tuo cuore, è diventato uno specchio rotto,
un libro strappato,
una grotta nuda nel deserto del Sinai.
Lacerante è il tempo!

Una mattina di dicembre
ti facesti trasparente.
Sulla neve bianca che nascondeva la vita
la tua quercia liberò le ultime foglie;
lontana dalla tua terra
abbracciasti una nuvola.
Il vento restò paralizzato, il cielo
non pianse sangue.
Il tuo nome
rimarrà impresso per sempre
in quel cielo grigio come la tua cenere:
K102403, cielo di Auschwitz!

 

ANDIAMO PER GRADI

Davanti al monte ho tremato.

L'invisibile ferita del mio volto
riflessa nei tuoi occhi come uno spazio di vertigine
si dondolava beffarda
nella storia imprigionata dal tempo.
Il sole
lentamente scendeva i gradini del cielo
e l'estate ci concedeva le ultime immagini
prima che il fogliame d'autunno
le rubasse lo spazio.
Le tue labbra leggere sulle mie,
verità del vivere nel desiderio,
rendono la parola a un cuore silente
laddove il villaggio profuma di tartufi.

Non ho sonno questa sera.

Un altro me accompagna i pensieri
e per tutta la notte la tua immagine
scalderà il mio freddo.
Sento la stanchezza
prigioniera del pendolo
che inesorabile batte sull'esistenza;
la nebbia si dirada,
scoprendo unghie sulla pietra
intente a rimuovere dalla memoria
fotogrammi che adornano la mente
offuscata dal dolore.
Avverto il tuo respiro oltre il muro,
non ti vedo, ma so che ci sei.

 

I FIGLI PERDUTI
(un venerdì di settembre a Beslan)

(Esodo - capitolo XI, La decima piaga)
Il Signore disse a Mosè:
- Io flagellerò ancora con un'altra piaga……

- Non sparate, siamo bambini!

Il terrore non ha età, trema
la Russia degli innocenti.
Colonne di nubi chiudono gli occhi
ai passi sconvolti nelle grida di vita e di morte,
di bianco o di nero,
mentre ovunque
sbocciano fiori di sangue.
Ombre di angeli appaiono e scompaiono,
manca la parola.

Cala la notte sulla scuola;
non hanno più foglie gli alberi
l'occhio non vede la piazza buia,
non canta, la luna nel dolore.
Alla luce della seconda aurora
non è finito l'inventario.
Immenso letto di plastica nera,
letto di morte, dove le ombre
cessano di paura.

Quanti flagelli ancora, oh Dio
per questa povera terra?

 

IL SONNO DI PIRANDELLO

Sole accecante d'oriente
luce improvvisa inonda,
odore d'Africa
in questa terra di fuoco.

Il salmastro arriva nel vento,
impregnando l'aria
che fu dei suoi passi,
nello sguardo di Girgenti.

Pirandello dorme
nella Valle dei Templi,
cenere e pietra
mirano il mare attorno.

Spirito immortale
danza il bianco tappeto,
poesia infinita
per eterna memoria.

Fosforescenza del mare
ammirarono i suoi occhi,
fosforescenza del mare
veglia il suo sonno.

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