Marco Antonio Zappa
"Il Dottor Marco Antonio Zappa, già vincitore del nostro premio 'Ginevra', parte per una nuova avventura in Africa".
"Alla conquista del Kenya" La salita
"Alla conquista dell'Elbrus" La salita
TERRA D'AFRICA
La frase finale dell'e-mail di Pepi , in cui celebrava e comunicava agli amici la nostra vittoria all'Antelao, re delle dolomiti, mi risuona continuamente nella mente:" se dovessi attraversare l'inferno vorrei sempre Marco come compagno!"
Posto il fatto che l'inferno non sta esattamente in testa alle mie mete preferite mi sembra che l'affermazione che il mio compagno di cordata e di montagna mi ha regalato corrisponda ad una responsabilita' forse troppo grande per me.
Ne sono certamente molto onorato ma temo davvero che un grande alpinista come Pepi abbia aspettative forse troppo grandi nei miei confronti.
Ripercorro ogni giorno le tappe d'allenamento comune che abbiamo percorso non appena divenuta cosa certa la nostra spedizione africana. Gli sponsor , i biglietti aerei, tutto il materiale e' pronto e disponibile ad un altro sogno; ma una domanda mi frulla dentro: io come mi sento?
Sono un'altra persona rispetto a quella che ha affrontato le due precedenti spedizioni in Nepal ed in Argentina. Sono invecchiato ma soprattutto molte cose intorno a me sono cambiate a partire dalla mia famiglia di cui sono diventato l'unico rappresentante maschile e, purtroppo per loro, il punto di riferimento.
Dopo la conquista dell'Aconcagua (9 Gennaio 2003) ho privilegiato la tecnica rispetto alla quota, salendo molte montagne dolomitiche e migliorando parecchio la mia tecnica d'arrampicata.
Inoltre sono tornato al vecchio amore delle due ruote. Mi sono allenato moltissimo in bicicletta forse per il desiderio di ricordare i miei trascorsi di dilettante con al fianco il mio papa' come allenatore.
Il tempo per le cime piu' alte era diventato cosi' ridotto ai minimi termini.
Nell'Estate del 2004 poi il Cervino ha lasciato un importante segno sul mio ego.
Poche volte , infatti, mi era capitato di "lasciare" una conquista a poche centinaia di metri dalla sua cima ma il Cervino quel giorno aveva deciso per noi.
La salita dalla "facile " cresta svizzera si era rilevata un errore di calcolo e di presunzione. Io e Pepi credevamo di essere piu' forti della massa nevosa che si era depositata nella settimana , piu' decisi di tutte le guide svizzere che rinunciavano alla salita, piu' bravi di tutti quelli che decidevano di guardare la nostra salita comodamente seduti al rifugio Horni.
L'alba di quel giorno sembrava tra l'altro darci ragione; non un filo di vento, non una nuvola in cielo e davanti a noi la maestosita' del Cervino che sembrava concedersi solamente a noi.
Quando mai avremmo trovato solamente per noi una via cosi' pubblicizzata e frequentata ?
La nostra velocita' cosi' consolidata in tante salite era ancora una volta risultata l'arma vincente fino a 500 metri dalla cima quando all'improvviso ci eravamo trovati davanti una incredibile massa nevosa che ci faceva affondare fino alle ginocchia ad ogni passo consentendoci solamente di salire 70 metri l'ora.
Verso l'una, a 400 metri dalla vetta il nostro sguardo non lasciava spazio ad alcun dubbio. In quel momento sapevamo entrambi che dovevamo scendere al piu' presto e il piu' velocemente possibile. Senza una parola guardandoci solamente negli occhi iniziammo a calarci in corda doppia, ma la ricerca dei punti di sosta dove calarci risultava estremamente complicata a causa della neve alta.
Ogni calata ci costava almeno 1 ora e mezza. A quella velocita' temevamo fortemente un bivacco in parete , cosa che sarebbe stata veramente pericolosa per la mancanza di qualsiasi attrezzatura dedicata.
Giunti a circa 250 metri dal rifugio trovammo una bellissima sosta attrezzata e in silenzio, dopo le classiche manovre, Pepi prese a scendere. Fu un attimo. Sentii dietro a me una strana sensazione , come di qualcuno o qualcosa che stesse movendosi. Non ebbi tempo per pensare; la roccia dove avevamo fissato la sosta mi stava precipitando contro.
Non sapevo cosa fare ma l'istinto mi spinse ventre a terra e mani verso l'alto con la speranza segreta di fermare la caduta della roccia.
Dal fondo della calata giungevano alcune imprecazioni in un misto di romeno-italiano da un Pepi spaventatissimo che si vedeva precipitare verso l'abisso. Pensava ad un mio errore di manovra e probabilmente stava chiedendo al suo Dio ortodosso una grazia particolare.
Ma quello non era il nostro momento, il Cervino non pretendeva le nostre vite quel giorno.
Voleva solo ridere un poco dei due stupidi che lo avevano svegliato in un giorno di solitudine. L'enorme roccia si fermo' due metri sopra di me incastrandosi contro la montagna e toccando la mia piccozza posta in posizione verticale come estrema difesa del mio corpo.
In tutti quei secondi non persi mai di vista la sosta dove era attaccato Pepi, a cui agganciai velocemente un ulteriore moschettone di sicurezza.
Pepi dal fondo continuava le sue maledizioni mentre il mio cuore andava a mille. Pian piano mi alzai cercando di non muovere la roccia soprastante, dissi a Pepi di terminare la sua calata e iniziai a scendere utilizzando la piccozza e senza l'aiuto della corda, per non gravare con il mio peso sull'istabile sosta sovrastante .
Il mio viso terrorizzato basto' a spiegare a Pepi quel che era successo lontano dai suoi occhi.
Giungemmo al rifugio alle 20,40 stravolti ed affamati ma proseguimmo subito per Zermatt per poter prendere l'ultimo treno che ci aspettava alle 23. Effettivamente fu proprio l'ultimo treno quello che riuscimmo a prendere e che ci permise di raggiungere l'auto e di arrivare a casa verso le 3 di notte. La mattina successiva mi aspettava una seduta operatoria importante che nonostante la stanchezza fisica portai a termine in modo brillante.
L'esperienza del Cervino aveva pero' segnato moltissimo il mio cammino alpinistico oltre i 4.000.
Solo nell'inverno del 2004 Antonio e l'immancabile Pepi mi convinsero ad una due giorni di sci alpinismo in cui centrammo l'Allalinhorm e lo Stralhorn, due magnifici 4000 del vallese Svizzero.
Avevo invece una grande voglia di spedizione extraeuropea, dettata probabilmente dalla necessita' di guardarmi dentro dopo un dolore grande.
Non ero piu' quello di prima, mi mancava il mio solito slancio nell'affrontare le difficolta' della vita, mi mancava la mia allegria , il ritmo delle mie giornate senza fine.
In realta' mi mancava moltissimo la guida di mio padre, la sua incredibile forza e la sua saggezza. Mi sentivo frastornato dalle responsabilita' che gravavano direttamente su di me e sapevo che avevo la necessita' assoluta di interrogare il mio cuore e la mia anima.
Quale occasione migliore che soffrire e pensare su montagne lontane, lontano da tutto il mio mondo , da tutte le comodita' cittadine , da tutte le responsabilita' , da tutti gli impegni, da tutte le ingiustizie.
Mi era stata negata la possibilita' di partire per lo Shisha Pangma, l'unico 8000 completamente in terra tibetana (cinese) che avrei anche potuto salire in parte con gli sci . Corrado non aveva alcuna intenzione di accompagnarmi dopo che un suo caro amico guida era morto su una cascata in Valle. Inoltre se ci fosse stata una minima possibilita' che Corrado capitolasse per l'autunno 2005 questa era stata spazzata completamente dalla notizia della morte di Kristian Kuntner sulla sud dell'Annapurna , esattamente nel punto in cui Corrado si trovava insieme allo stesso Kristian nel 2004.
Dovevo trovare un'alternativa che mi convincesse sia dal punto di vista alpinistico che naturalistico. Ancora una volta mi venne in soccorso il mio "fratello" romeno.
Mi propose un'affascinante e difficile avventura africana sulla parete nord della cima Batian sul monte Kenia (la seconda vetta africana) e poi un tranquillo trasferimento verso il Kilimangiaro. Facemmo alcune riunioni di verifica e ben presto il nostro programma muto'.
Avremmo dapprima tentato il Kilimangiaro, la vetta principale dell'Africa, per una via diversa dalla normale ma che fosse molto semplice dal punto di vista tecnico al fine di poterci acclimatare in modo corretto. Poi ci saremmo trasferiti alla base del Monte Kenia per tentare la salita dei 1000 metri (da 4.200 a 5.200) della parete Nord che portava alla cima del Batian (vetta principale della seconda montagna d'Africa) e se ne avessimo avuta ancora , traversata verso il Nelion (seconda vetta del Mt.Kenia e 3° d'Africa) , calata di 800 metri e risalita per la facile punta Lenana (terza punta del Kenia).
Insomma un programma ben sostenuto e qualitativamente molto importante per le nostre possibilita'. Avremmo conquistato le 3 vette piu' alte del continente nero in 12 giorni, fatto due pareti nord di cui la prima con passaggi di V superiore a 5.000 metri (!) e la seconda di mista ben oltre il limite dei 5.000.
Dovevamo allenarci con molta intensita' e serieta'.
Ognuno di noi inizio' una preparazione personale con corsa , bicicletta,nuoto, corsa in salita e la domenica ci trovavamo per tentare di migliorare (se ancora fosse possibile) la nostra intesa alpinistica con salite che prevedevano un dislivello di almeno 500 metri, quanto cioe' pensavamo di poter fare nella prima giornata di salita della nostra via africana .
La nostra prima importante uscita fu verso la mitica Val Gardena dove la mia seconda casa ci aspettava accogliente come sempre. Avevamo previsto la salita della Grohmann (m. 3.126) dalla via Harrer , una via che prevedeva alcuni passaggio di 5° superiore.
Attaccammo la via alle 8,30 del mattino seguiti da una cordata a due, condotta da una guida della val di Fiemme.
Dopo esserci alternati nei primi tre tiri scoprimmo che il quarto tiro non era esattamente come descritto dalle relazioni in nostro possesso. A dire il vero avremmo dovuto avere qualche iniziale sospetto gia' in precedenza; la roccia descritta nella relazione come buona-ottima si sgretolava ad ogni contatto e la guida dietro di noi aveva da tempo deciso di calarsi direttamente dal secondo tiro. Qualcosa non andava come previsto. Infatti parte della via a partire dal quarto tiro si era praticamente autocancellata con l'inverno appena trascorso. La montagna e la via erano divenuti una cosa nuova. Si trattava di scegliere, ma il cielo blu, la voglia di roccia e di allenamento, la speranza di essere i soli a giungere in vetta quel giorno ci avevano tratti in inganno. In fin dei conti cosa importava se una guida esperta dei luoghi si era appena calata? Noi due insieme avevamo gia' superato molte difficolta' e salito molte vie e raggiunto molte vette. La nostra amicizia e la nostra "classe" sarebbero state ancora una volta decisive.
Non ci aspettavamo le ripetute scariche dall'alto di sassi piu' grandi dei nostri zaini e non ci saremmo mai aspettati che la via continuasse a mutare dall'originale.
Dopo alcuni tiri letti almeno come di VI+ (non protetti e con roccia "marcia") passati dal grande Pepi e dopo aver fatto almeno otto-nove tiri in piu' rispetto a cio' che avevamo preventivato finalmente ritrovammo una sosta e alcuni chiodi. Tre bellissimi e veloci tiri di IV ci conducevano a quella che secondo le nostre aspettative avrebbe dovuto essere la vetta! Illusi! Lassu' in cima mancavano ancora almeno 150 metri per la nostra meta. Ma le sorprese non erano finite! Gli ultimi quattro tiri che avrebbero dovuto essere di II e III risultavano impraticabili per una cascata che proveniva dal nevaio sommitale e che aveva deciso di non farci passare.
Ma la nostra amicizia e la fatica fatta quel giorno esigevano la vetta! Una rapida occhiata e su per una via completamente "vergine" di tutto . di chiodi , di appigli, di appoggi e di saggezza!
Il grande Pepi saliva in modo fantastico un tiro di V+,VI di roccia pessima che ci portava ad un camino di IV . Era l'ultima difficolta'. Raggiungemmo la vetta alle 17!
La macchina al Passo Sella ci avrebbe visti stanchi ma felici alle 21,30!
Altra domenica ed altra salita importante. Ci dirigemmo verso la Svizzera puntando alla vetta del Badile (m.3.308) e guardando con desiderio la famosa via Cassin.
Non ne ero per nulla convinto e cercavo mille motivi per distogliere Pepi dalla sua meta .
La sera ci ritrovammo a cena parlando con gli altri ospiti di come affrontare la salita . Fu in quel momento che conoscemmo Oliviero, il primo uomo a salire il Cervino con una gamba sola. Oliviero, dopo l'incidente motociciclistico per il quale era stato amputato, aveva al suo attivo diverse salite importanti e puntava alla vetta del Badile per il lungo e famoso spigolo Nord per poi ridiscendere lungo la stessa via.
Io e Pepi non facemmo commenti. Quell'uomo era la dimostrazione di dove puo' arrivare la forza di volonta'. Al mattino partimmo molto presto ma prima dell'attacco della Cassin notammo come fosse impossibile procedere. Non avevamo i ramponi e non ci sarebbe stato in alcun modo possibile traversare il ghiaccio alla base della via. Ero decisamente contento di questo contrattempo.
Anche in questo momento sono certo che quel giorno non sarei stato in grado di affrontare con serenita' la via Cassin.
Partimmo quindi come razzi verso lo Spigolo Nord e ben presto superammo Oliviero partito circa 40 minuti prima di noi. Eravamo estasiati dalla sua abilita' e dalla sua tenacia. Tracciammo la via con una velocita' davvero incredibile e dopo le 12 fummo in vetta. Ci accolsero Angelo e Franco , amici cari del gruppo monzese , che ci avevano preceduto ed aspettato in vetta salendo dal versante Italiano. Abbracci, strette di mano e infine mettemmo mano al contenuto del mio zaino che emanava un fantastico odore di salame. Mi ero portato in vetta 4 salsicce della Val Gardena per festeggiare la conquista con gli amici. Mangiammo e ridemmo; in cuor nostro volevamo aspettare l'arrivo di Oliviero e speravamo di stringergli la mano e di complimentarci con lui per la vetta. Dopo circa 1 ora lo vedemmo spuntare insieme a Massimo, il suo compagno di cordata, felici dell'arrivo in vetta. A loro avviso il Badile era costato molta piu' fatica del Cervino. Fu un momento esaltante per tutti noi; eravamo felici per lui ma eravamo anche consapevoli che quell'impresa condotta da un uomo con una gamba sola ci regalava molta umilta'
Ogni tanto nel cammino della vita, quando credi di essere invincibile, serve qualcuno che , magari senza parole, ti ricordi la tua reale dimensione.
Del Badile ricordero' per sempre l'abbraccio di vetta con gli amici e l'incontro con Oliviero.
La domenica successiva era trascorso un anno esatto dalla nostra avventura sul Cervino e ci recammo insieme ad un gruppo di amici soprannominati "I camosci del Sella" all'Antelao.
Il programma, ormai abitudine di ogni anno, era quello di accompagnare il gruppo di escursionisti attorno al massiccio dell'Antelao nella giornata del sabato e di tentare la cima insieme ad un ridotto numero di essi durante la giornata di domenica.
Il tempo fu inclemente durante tutto il sabato e l'Antelao venne ulteriormente coperto di neve.
Tutti noi decidemmo di lasciar perdere il tentativo di salita del giorno successivo; le previsioni del tempo non promettevano nulla di buono, la neve aveva completamente coperto il pendio sommatale, la cresta era coperta da almeno 1 metro di coltre bianca e il gestore del rifugio sconsigliava decisamente qualsiasi avventura sul gigante dolomitico.
Ancora una volta ,a distanza di un anno, la neve ci metteva lo zampino!
La sera trascorse cantando e stonando allegramente fino a tarda ora considerato che non ci saremmo dovuti alzare all'alba del giorno successivo.
Alle 6,30 della domenica mentre stavo avvolto nelle braccia di Morfeo venni svegliato improvvisamente da un Pepi eccitatissimo.
Non c'era nemmeno una nuvola e il cielo azzurro ci chiamava per la nuova avventura. Alcune guide erano pronte a partire per la vetta con i loro gruppi ma rispetto ad essi e a quanto preventivato eravamo molto in ritardo. Chiedemmo a Tony, Stefano, Diego e Costante di accompagnarci ma nessuno volle seguire la nostra idea.
Tutti loro erano contrari a partire ma soprattutto non volevano che noi due andassimo lassu'.
Ci ricordavano i pericoli della salita con la neve, l'ora tarda ,il meteo che prevedeva peggioramento nelle ore successive e il rischio elevato di tutte queste componenti messe insieme.
Questa volta pero', rispetto al Cervino, le condizioni erano diverse o almeno di questo eravamo convinti : stavolta le guide erano partite con i loro gruppi (non importava se ormai era trascorso
piu' di un'ora) e la neve non poteva raggiungere le altezze dell'anno passato.
Alle 7,25 uscivamo dal rifugio diretti verso la vetta. Dopo 2 ore avevamo raggiunto e superato tutti i gruppi che ci precedevano e la neve caduta nella notte non sembrava un ostacolo insormontabile.
Dopo mezz'ora eravamo a 200 metri dalla vetta. Controllammo i ramponi, preparammo la corda e le piccozze ; le guide ci raggiunsero e controllato il manto nevoso, la pendenza terminale ed il tempo nel frattempo completamente mutato decisero che per loro sarebbe stato molto piu' saggio ritirarsi. Eravamo ancora una volta da soli. Non servivano parole ne' gesti. Come sempre avremmo deciso nel modo che ritenevamo piu' saggio.
In un difficile passaggio immediatamente prima di una sosta persi la presa della piccozza sul ghiaccio vetrato ritrovandomi appeso come un salame nel vuoto. Non ebbi nemmeno il tempo di aver paura e non precipitai neppure di un centimetro! Mi penzolavano solamente le gambe perche' Pepi ,velocissimo, aveva afferrato la parte superiore del mio zaino e mi stava letteralmente trascinando verso la sosta!
Dopo 55 minuti di dura arrampicata di misto eravamo i soli in vetta all'Antelao.
Il gestore che ci vide arrivare sotto la pioggia non credeva che avessimo potuto raggiungere la vetta. Le nostre foto digitali e la nostra emozione e felicita' lo convinsero ad offrirci un the' caldo e a chiamare a raccolta gli ospiti del rifugio per festeggiare la nostra conquista.
Dopo questa impresa abbiamo capito che da quel momento l'importante per noi sarebbe stato mantenere il grado di forma fisica , non aumentarlo.
Abbiamo fatto parecchie salite per aumentare la nostra abitudine a difficolta' maggiori a quelle che incontreremo in Africa, perche' sappiamo che sul Batian ci aspettano tratti di V grado superiore posizionati ad oltre 5.000 metri di quota con almeno una notte di bivacco in parete.
Stavolta poi porteremo sulle cime africane insieme alla nostra bandiera dell'ALISB (associazione lombarda idrocefalo e spina bifida) anche quella di "cime di pace" , un'organizzazione che si occupa di solidarieta' e che porta sulle cime del mondo, anche quelle piu' semplici da raggiungere, la propria bandiera ed il proprio messaggio di pace.
Sventolarle rappresentera' un onore ed un impegno in piu'
Sappiamo pero' che tutto e' stato fatto nel migliore dei modi , che l'allenamento e'stato duro e lungo ma che ci ha fatto raggiungere la forma desiderata. Di piu' non avremmo potuto fare.
Salire le montagne che ci siamo lasciati alle spalle ha rappresentato un percorso non solamente di passione estrema ma anche e soprattutto di ricerca interiore perche' crediamo fortemente che il viaggio della vita non avrebbe alcun senso se privato dell'emozione che ci regalano l'amicizia e le montagne.
Mi piace ricordare una frase di un grande e coraggioso uomo che ha terminato il suo viaggio ed e' stato un grande navigatore solitario, ma soprattutto un grande spirito libero, Ambrogio Fogar :
" Ne ho visti tanti di posti che mandavano il cuore in subbuglio, ma non mi sono mai fermato. Volevo capire lo spessore della mia forza di volonta' e delle mie debolezze. Ho sempre avuto la certezza che tornando a casa ci sarebbe stato qualcuno felice di ritrovarmi, nonostante il mio desiderio di ripartire".
Cosi' ora contiamo i giorni e le ore ma ci sentiamo finalmente pronti a partire, pronti ad affrontare l'ennesimo sogno sapendo che la nostra amicizia e la nostra cordata saranno inevitabilmente messe alla prova dagli avvenimenti che ci stanno aspettando.Dalle riflessioni di Pepi:
"Ormai manca poco alla data di partenza, attimi interminabili che sembrano non passare mai.
Sono i momenti piu' difficili per me , ma non voglio assolutamente che vadano sprecati.
Usero' questo tempo per la mia preparazione , ogni ora libera,ogni minuto, ogni istante.
Mi sento come una bomba pronta ad esplodere e sono cosciente come questa condizione mentale
mi porti a volte a trascurare chi mi circonda e non voglio che questo accada.
Le persone intorno a me mi hanno aiutato ad arrivare a questo particolare momento della mia vita, mi hanno incoraggiato nei momenti di difficolta' e so che sono le persone che mi amano che seguiranno con il cuore agitato la nostra avventura.
Senza di essi non sarei riuscito a fare nulla di cio' che ho realizzato.
Penso a Dana che mi sta vicino con tutta la sua anima , penso agli amici romeni e a quelli italiani con i quali ho arrampicato chilometri di parete e che mi hanno seguito in tutta la preparazione per questa spedizione, anche quando proponevo varianti delle vie che stavamo salendo cosi' da renderle piu' impegnative e spesso troppo impegnative per loro. Sono stati sempre accanto a me e non mi hanno mai abbandonato , seguendomi ovunque andassi. Hanno sempre stretto i denti (magari per maledirmi!) e sono saliti insieme a me, aiutandomi nell'allenamento e nella preparazione.
Penso a tutti gli amici della comunita' romena che sento vicino e che tifano per il mio successo.
Ma soprattutto penso a Marco; lui rappresenta per me qualcosa di veramente speciale. Mi ha salvato la vita sul Cervino ed io a mia volta l'ho salvato sull'Antelao da una pericolosa caduta dove avrebbe rischiato seriamente.
Tra noi due esiste qualcosa che va al di la' della semplice amicizia, un sentimento che faccio davvero fatica a descrivere.La nostra intesa in parete e nelle ascensioni che facciamo sulle cime piu' alte d'Europa e' diventata cosi' forte che ci basta un semplice sguardo per cogliere quello che dobbiamo fare. Tra noi non servono parole.
E' proprio vero ..se dovessi attraversare l'inferno vorrei lui come compagno!
Penso spesso a quello che mi aspetta. Non e' la prima volta che affronto qualcosa di difficile ma in questo momento mi sembra davvero di dirigermi verso qualcosa di ignoto ed affascinante. Un continente nuovo, una cima vicina ai 6.000 metri, una parete di oltre 1.000 metri di arrampicata sopra quota 5.000 , un 5 grado superiore da superare ad oltre 5.000 metri di quota e senza averlo mai nemmeno visto! Stringero' i denti, l'ho sempre fatto in ogni circostanza della mia vita, e ho mollato
solamente quando il rischio e' divenuto superiore alle certezze. E' una regola che arrampica sempre insieme a me. Spesso, infatti, e' difficile decidere quando ti trovi a poche centinaia di metri dalla vetta che hai sognato e proprio in quell'istante le condizioni climatiche vengono a cambiare. Sei li' e vorresti rischiare qualcosa in piu' pur di toccare la vetta ma sono in quei momenti che sempre mi soccorre il pensiero di chi mi vuole bene. Non potrei mai rischiare tutto per una cima solamente per orgoglio e soddisfazione personale. Non potrei mai rischiare la vita di Marco! La vetta restera' in quel luogo ancora per molti anni e avro' altre occasioni per tornare da lei insieme al mio grande amico.
In Africa pero' daro' tutto cio' che ho dentro e so che anche Marco ha dentro tantissimo da dare.
Cerchero' ancora una volta di riscoprire me stesso. Attraverso le mille avventure nel mondo verticale ho viaggiato negli angoli piu' bui e nascosti della mia anima e sono sicuro che anche stavolta ne scopriro' di nuovi. Conoscero' posti lontani, luoghi in cui potro' guardarmi con semplicita' cercando di scoprire chi sono davvero al di la' di ogni condizionamento esterno.
Cerchero' di prendere coscienza che esisto.
Ma adesso, finalmente, si parte ."