Pepi e Marco sul tetto d'Africa il 12 Settembre 2005 alle ore 6
Moshi (Tanzania), 13-9-2005
Scriviamo da un piccolo locale protetti dalle guardie private di difesa assoldate dell'Hotel dove siamo alloggiati. Qui infatti come a Nairobi nel giorno di arrivo ci hanno immediatamente sconsigliato di passeggiare per le vie della città perché estremamente pericolose per l'uomo bianco. Tale atmosfera , poco prevista, condiziona fortemente la permanenza qui che rimane limitate al recinto dell'Hotel e all'abitazione dell'amico Giovanni a Nairobi. Vedremo se l'ultimo giorno grazie alle conoscenza di Giovanni potremo finalmente osservare da vicino la capitale del Kenya.
Tuttavia dobbiamo ammettere che oggi probabilmente non saremmo riusciti a fare molta attività turistica per via della fatica accumulata nei giorni scorsi ed in particolare nella giornata di ieri.
Ma ora desideriamo fortemente condividere i momenti trascorsi nell'ultima settimana.06-09-2005
Ieri sera io e Pepi abbiamo cenato a casa mia insieme ad Antonio e ci risuona nella mente la sua frase finale di saluto: "presi singolarmente ....ancora ,ancora, ma è l'accoppiata che mi fa paura!"
Partenza da Monza alle ore 4 per il volo KLM delle ore 6,35 da Malpensa.
Al check-in primo contrattempo; il nostro bagaglio risulta superiore di 40 Kg al peso consentito dalla compagnia aerea. A nulla valgono le lettere di accompagnamento dell'Università di Milano che delinea lo scopo di ricerca scientifica sugli effetti della quota e la lettera del C.A.I. patrocinatore della spedizione; i solerti funzionari non sentono alcuna ragione e ci fanno pagare un sovrapprezzo pari al valore di un biglietto.
In compenso ci danno la ricevuta! Ci sembra chiaro che la ragione sta tutta dalla loro parte ma nelle mie precedenti spedizioni non mi era mai accaduto un tale fiscalismo e pignoleria, che imputo poco flessibile.
Questo contrattempo se da un lato ha il potere di amareggiarci ancora prima di partire rende meno problematici i saluti a chi ci vuole bene, perché tra mille discussioni il tempo e' ormai fuggito.
Il volo Amsterdam-Nairobi ci conduce alla capitale Kenyana alle ore 20 dove ad attenderci troviamo l'amico Giovanni con il suo pick up. Giovanni e' il responsabile di un'organizzazione medica per alcuni stati africani e ci offre ospitalità presso il suo appartamento cittadino.
Lui stesso ci racconta della delinquenza imperante a Nairobi e il dato e' subito confermato dalla presenza delle guardie al cancello del residence dove abita.
E' estremamente tranquillizzante poter lasciare i nostri bidoni e parte della nostra attrezzatura tecnica in un posto sicuro.07-09-2005
Giovanni ci porta alla stazione del pulmino che ci porterà a Moshi (Tanzania) punto di partenza per il Kilimangiaro, prima vetta della nostra spedizione.
Saliamo grazie all'aiuto del fondamentale Giovanni su un pulmino da 20 posti (comprendendo 4 persone al centro!) senza aria condizionata. Il conducente ci fa fare il giro di Nairobi e ci conduce allo scalo tecnico dove scendiamo per salire su un secondo pulmino completamente pieno di gente e vuoto di aria condizionata.
Le nostre due sacche da spedizione battezzate da noi CIP e CIOP reggono benissimo gli spostamenti ma rendono difficile la vita a chi deve caricarli sul tetto del mezzo.
Il viaggio passa tra paesaggi diversi ma ugualmente affascinanti; spazi sconfinati privi o quasi di vegetazione dove gli unici esseri viventi sono mucche, capre , alcune gazzelle (o saranno antilopi?) e di tanto in tanto un pastore masai vestito come su Discovery Channel con il suo bastone e le sue 4 pecore (quando sono tante) . L'unica sua attività e' quella di contare le macchine che passano. Dove sarà la sua casa? Cosa mangerà ? Cosa penserà ? Mi viene in mente e lo dico subito a Pepi un gioco che si faceva da ragazzi; vinceva chi vedeva più macchine con la targa pari ......ma il pastore con chi si confronta? E poi in tutta la giornata quante macchine vede?
Alla frontiera della Tanzania succede di tutto: troviamo molte donne vestite con i costumi tradizionali masai che assalgono tutti i turisti con monili e oggetti vari.
Sono incredibilmente invadenti e capiamo da dove hanno imparato i nostri vu cumprà che al confronto sono dei veri e propri dilettanti. Alcune si avvicinano a me ma subito si appiccicano a Pepi mettendogli addosso di tutto e di più. In questo momento sono davvero felice che il fascino romeno abbia la meglio! Pepi dice che la mia pelata, gli occhiali da sole e lo sguardo avrebbero allontanato chiunque. A mio avviso dice così per non abbattere ulteriormente il mio orgoglio ferito di maschio brianzolo.
Alle 15,30 ora locale (le 14,30 italiane) arriviamo a Moshi nell'ufficio dell'agenzia con la quale abbiamo prenotato i portatori e la guida. Infatti, per legge, non e' possibile entrare nel parco del Kilimangiaro senza un'organizzazione locale. La nostra scelta ha cercato un'organizzazione che ci avrebbe permesso una certa autonomia nella futura via di salita.
Dopo i saluti, il direttore con un sorriso a 50 denti ci presenta un piano dettagliato per la nostra spedizione ed il conto conseguente da saldare immediatamente. Peccato che il programma comprendesse molte più voci di quelle da noi richieste ........ma deve ancora nascere un africano che freghi sui "danè" un brianzolo! Faccio presente a Pepi le mie osservazioni e mi trasferisco fuori dal locale per evitare qualsiasi possibile mia arrabbiature. Il mio amico romeno, brianzolo d'adozione, coglie subito il problema e coordinato dal suo carattere diplomatico mi chiede di non intervenire in alcun modo.
Riesce così a farsi detrarre la quota di 200 dollari che avevo calcolato.
Finalmente siamo all'Hotel posizionato in un'area tranquilla, anch'esso con guardie private . E' pulito , con aria condizionata e con un ottimo ristorante dove facciamo una fermata ben sapendo che per alcuni giorni ricorderemo con nostalgia questi momenti.
08-09-2005L'appuntamento e' per le 9 presso il nostro Hotel. Ci svegliamo alle 7,30 per valutare bene il tutto. Dal diario di Pepi: " Marco e' andato a farsi una doccia e dopo pochi istanti lo vedo correre mezzo nudo e bagnato fradicio alla ricerca di non so bene cosa. Lo guardo e mi dico.....cominciamo bene!"
E cominciamo bene davvero perché la nostra guida arriva con un ritardo di 45 minuti.
Ma forse siamo noi che non siamo ancora entrati nella mentalità di questo popolo e non abbiamo ancora capito bene il vero significato di quella frase suaili : " rafiki, pole pole!" che in parole italiane significa " amico, piano, piano!".
Sul pulmino da 7 posti trovano spazio oltre a noi due anche i 5 portatori, la guida, l'assistente guida e tutti i nostri bagagli....e dimenticavo il guidatore. Ma non e' finita , perché strada facendo ci fermiamo a fare la "spesa" mancante. Osserviamo Emanuel (il nome della nostra guida) che, con aria di chi la sa lunga, si dirige dal macellaio. Il negozio consiste in un quadrato di legno di 4 metri per 4 aperto sul davanti con la carne penzolante dagli uncini e circondata da un mare di insetti; una volta fatta l'ordinazione un ragazzino di fianco al negozio taglia la carne brandendo il macete. Mi guardo con Pepi che sta pensando al mia stessa cosa: quella sarà la nostra cena per i prossimi 5 giorni.
In questo momento mi ricordo di tutte le preoccupazioni sanitarie che mi sono fatto prima di questa avventura e di tutte le precauzioni che ci siamo presi e capisco che l'adattamento al modo di vivere di un popolo e' la prima reale forma di partecipazione alla loro cultura. E' il primo insegnamento della nostra spedizione.
Il pulmino si ferma all'ingresso del parco. Una moltitudine di gente di ogni razza con i propri portatori e guide si sta avviando lungo la Machame Route.
Entrambi facciamo una riflessione che ci accompagnerà per tutto il tempo: troppa di questa gente non conosce la cultura della montagna e crede di poterla facilmente conquistare senza amarla e rispettarla.
Ci avviamo lungo i 16 Km della prima tappa incantati dalla flora locale. Dal diario di Pepi: " il passo è molto lento ma il tempo non ci manca e dopo le innumerevoli salite che ho fatto quasi sempre correndo finalmente riesco a godermi in tutto il suo splendore questa magnifica foresta equatoriale. Alberi stranissimi attorcigliati su se stessi rendono il paesaggio misterioso e direi quasi inquietante ma di una bellezza difficilmente descrivibile" . L'unico neo e' rappresentato da Safi', l'assistente guida. Risponde sempre " yes" a qualsiasi domanda gli si faccia ma soprattutto ha l'ordine categorico di non abbandonarci nemmeno per un istante e questo significa che esegue gli ordine ad litteram. Se dobbiamo fermarci per un bisogno fisiologico lui si ferma dietro di noi e ci osserva!
Io e Pepi non possiamo farcela e ci fermiamo singolarmente e contemporaneamente ogni minuto con ogni scusa. Per i primi 5 minuti Safi' riesce, non so come, ad osservarci a turno ma ben presto deve abbandonare gli ordini di Emanuel. Per tutta la durata della spedizione ogniqualvolta tenterà di seguirci come un'ombra io e Pepi attueremo la stessa tattica diabolica. " E' l'accoppiata che fa paura!"
Arriviamo al primo campo il Machame Hut a quota 3.000 m. Situato al termine della foresta equatoriale nel mezzo di piccoli alberi di circa 4 metri. Pepi e' in ottima forma ed inizia una frenetica attività di colloqui con gli altri gruppi e di posizionamento delle bandiere italiana e romena che caratterizzeranno tutti i nostri campi.Da parte mia invece sento un' iniziale cefalea che imputo però alla stanchezza degli ultimi giorni piuttosto che alla quota.Dal diario di Pepi : " Marco guarda la nostra tenda poco convinto e dopo alcuni giri di ispezione si accorge che e' montata nel modo sbagliato. Cominciano i lavori di ripristino e dopo pochi minuti la forma tramuta come in una metamorfosi e finalmente si capisce dove sta l'entrata cioè quel buco dove buttiamo dentro gli zaini, cosicché il nostro spazio vitale e' ridotto ai minimi termini".
09-09-2005Sveglia teorica alle 7. Dal diario di Pepi: " i nostri amici avrebbero dovuto svegliarci alle 7 ma alle 5,55 hanno accesso con volume al massimo la loro radio su un programma di musica africana per la gioia di Marco che sfoggia il suo repertorio di benedizioni brianzole!".
Fatta colazione ci inerpichiamo immediatamente su un sentiero la cui mancanza di vegetazione esprime la quota dove stiamo andando, cioè i 3.800 m di Shira Hut, un vasto pianoro battuto dal vento con vista mozzafiato sul Kilimangiaro.
Siamo circa alla quota della vetta del Pizzo Palù.
Durante la cena come in ogni precedente spedizione mi salta la solita otturazione.
Per fortuna mi sono portato il materiale apposito e fortunatamente il mio amico romeno che ha nel proprio bagaglio di esperienze lavorative anche quella di aver lavorato in un ambulatorio odontotecnico risolve brillantemente il problema.
Questa tappa che per noi si e' rilevata breve ma impegnativa per molti si tramuta in un Golgota. Un esempio per tutti: lasciando l'altro ieri l'Hotel un gruppo di olandesi ci ha salutato con affetto augurandoci buona fortuna che abbiamo contraccambiato sapendo che avrebbero tentato la salita un giorno dopo di noi. Con nostra meraviglia al nostro ritorno all'Hotel li abbiamo ritrovati. Erano stati evacuati dal Shira Hut in elicottero per
sintomi acuti di mal di montagna!
10-09-2005Sveglia teorica alle 7, radio africana alle 5,55.
La mattina scopriamo di essere completamente al di sopra di tutte le nubi che sovrastano la pianura sottostante e la meraviglia di ciò che vediamo ci riempie di emozione.
La tappa odierna ci condurrà ad un passo di 4.600 m. (quota di capanna Margherita sul Rosa) da dove scenderemo fino al campo di Barranco Hut a quota 4.000 m (l'altezza del Bernina). Dal diario di Pepi: "dopo aver superato diversi gruppi non per la nostra velocità ma per la loro lentezza riusciamo a trovare un ritmo di circa 400 m all'ora che ci trova in perfetta sintonia. Emanuel vorrebbe fermarsi ogni tanto ma decliniamo sempre l'invito facendo la nostra prima sosta a 4.500 m. In lontananza si scorge il Lava Tower al di sotto del quale e' situato il passo da raggiungere. Ben presto ci arriviamo e guardando il monolite vulcanico che lo sovrasta mi accorgo del desiderio di poterlo salire. Chiedo ad Emanuel se ciò è fattibile e poiché mi risponde in modo affermativo mi giro verso Marco e gli chiedo cosa ne pensa. Nell'istante successivo mi rendo conto della stupidità della mia domanda perché Marco sta praticamente già attaccando la parete. Saliamo veloci per circa 150 m su una parete non difficile di II-III grado ma senza corda e a quota di 4.750. La vetta di questa prima "piccola montagna" ci riempie di felicità e ci fa capire ancora una volta che e' l'accoppiata che fa paura!".
Scendiamo dal passo e in breve perdiamo quota fino al Barranco Hut. La vegetazione cambia nuovamente e continuamente ; la visione di numerose felci giganti e fiori di ogni colore rende piacevole e veloce il nostro viaggio.
La sera qui scende velocemente e già alle 19,30 ogni cosa e' avvolta nel buio ma questa sera, particolarmente limpida, mentre gli altri gruppi sono chiusi nelle loro tende io e Pepi
ci ritroviamo ad osservare la magia di un cielo africano stellato con contorno della maestosità innevata del Kili. Molte sono le stelle cadenti e ognuno di noi in silenzio e di nascosto dall'altro esprime lo stesso desiderio: essere in vetta a quella montagna.
11-09-2005Dal diario di Pepi: " solita sveglia, solita radio, solito Marco che prenderebbe a calci coloro che alle 6 di mattina non hanno nulla di meglio che ascoltare a manetta pessima musica africana".
Saliamo lungo una parete di II grado per circa 300 m e ci meravigliamo dell'abilita' dei portatori che , in perfetto equilibrio sulle rocce, trasportano il loro pesante carico sulla loro testa. Oggi sarà una tappa di continui e stancanti sali-scendi ma per fortuna io e Pepi siamo in ottime condizioni senza alcun problema di cefalea o di quota.
L'ultima rampa e' di circa 600 m e ci conduce fino all'ultimo campo, il Barafu Hut di 4.600 m. E' una rampa davvero impegnativa che vede molte persone arrancare con difficoltà e a mio avviso odiare dal profondo del loro cuore quella guida africana che balla il rap insieme al mio amico Pepi a 4.400 m di quota.Finalmente della buona musica africana!
Al nostro arrivo al campo, Emanuel mi chiede aiuto per il povero Innocent, uno dei più giovani portatori. Mi dice che non respira più e si trascina letteralmente. E' un chiaro sintomo di MAM (mal acuto di montagna) che colpisce improvvisamente e senza preavviso. Io e Pepi lo stendiamo a terra e inizio a somministrargli la terapia medica classica. Sono però molto sorpreso dall'immobilità di tutti i presenti nei confronti di un loro simile che rischia la vita. Nessuno si muove , anzi ognuno continua le proprie faccende. Gli dico che se non starà meglio lo farò scendere e mi comunica piangendo che se ciò dovesse avvenire perderebbe per sempre il proprio lavoro . Si tratta di una vita e se stesse male lo farei comunque scendere!
Dal diario di Pepi: " .......mentre Innocent rimane sdraiato chiamiamo Emanuel e gli spieghiamo che se starà ancora male tra 30 minuti e non verrà portato immediatamente a valle saremo noi stessi a farlo, rinunciando alla vetta. Gli facciamo capire in modo molto serio che per noi la montagna rappresenta il modo di guardare dentro noi stessi e non potremmo mai più salire nessuna vetta se non fossimo in grado di rinunciare per qualcosa che riteniamo più importante, la vita umana."
Dopo circa 1 ora si riprende e una dei ricordi più belli che mi porterò appresso dopo questo viaggio e' il volto di Innocent che ci ringrazia. I suoi occhi esprimevano tutta la felicità e la gratitudine nei nostri confronti.
Presto scende la sera e Emanuel ci comunica che le altre squadre partiranno alle 23 ma che lui asseconda la nostra richiesta di salire per una via diretta e che pertanto partiremo alle 01,00 così riusciremo a vedere l'alba lassù in cima. Si e' perfettamente reso conto nei giorni precedenti che le nostre condizione fisiche e mentali per la montagna non sono nemmeno lontanamente paragonabili a quelle degli altri "personaggi" giunti fino a qui.
E' un continuo dormi-veglia e alle 23,30 io e Pepi siamo praticamente già pronti.12-09-2005
Alle 00,55 partiamo per la vetta. Mille sensazioni si affollano dentro di me. Mi chiedo se posso davvero farcela e il ricordo della fatica fisica e mentale sull'Aconcagua mi accompagna. D'altra parte sono in ottime condizioni, mi sono allenato moltissimo e sono giunto al momento della verità. L'amicizia con Pepi , la sua determinazione e anche la sua sicurezza sono garanzie a cui mi aggrappo. La montagna davanti a me e' però altissima e anche la via che abbiamo scelto rende il traguardo più difficile. Saliremo per quella che abitualmente viene usata come via di discesa, costeggiando il percorso di tutti gli altri gruppi le cui pile frontali sono già molto in alto.
Dal diario di Pepi:" la salita e' durissima e man mano che ci avviciniamo a quota 5.000 la mancanza di ossigeno si fa sentire sempre più. Sto abbastanza bene e Marco dietro di me sale con un ritmo molto sostenuto ma il Kili non mi perdona e a quota 5.300 m chiede il suo prezzo: collasso totale! Non sono mai salito così in alto prima d'ora e non immaginavo per niente quali sarebbero state le mie sensazioni su montagne così alte. Ricordo tutte le volte che ho letto o sentivo racconti da chi ha esperienza di alta quota, ma provare personalmente l'effetto dell'alta quota e' un'esperienza traumatica.
Mi sento le gambe come pezzi di piombo e il motore completamente bloccato. Marco e' un grande . Sicuramente non e' la prima volta che vede una persona nelle mie condizioni e sono convinto che lui stesso ha già provato tutte queste sensazioni. Si ferma e mi dice: ora ti metti dietro a me e fai quello che ti dico. E come potrei fare altrimenti nelle condizioni in cui mi trovo. Marco mi incita continuamente ricordandomi tutti i sacrifici che abbiamo fatto per arrivare fin qui e mi dice di contare i passi , di riposare ogni 20 secondi e di fermarmi dopo ogni 20 metri di salita. In questo modo mi trascino per altri 200 metri quando all'improvviso ritrovo quel pulsante nascosto dentro me che fa partire il motore. Credo che siano questi i momenti della vita quando nella nostra ricerca interiore scopriamo gli angoli più bui e lontani della nostra anima, quei posti dove scattano meccanismi difficilmente spiegabili."
Ormai tutte le frontali sono sulla classica via sotto di noi e alle 5,30 arriviamo in cresta, a Stella Point a quota 5.700 m dove veniamo investiti da un vento con raffiche così forti da spingerci a terra. Ma in fondo all'orizzonte la luce fa capolino ! Mancano 150 metri alla cima e sappiamo che nulla e nessuno potrà più toglierci il nostro sogno. Alle 6 arriviamo alla segnalazione che indica l'arrivo sul tetto dell'Africa - Uhuru Peak 5.895 m - e il sole sorge dietro di noi illuminando i ghiacciai circostanti e l'enorme cratere del Kili. Ci abbracciamo, la commozione è grande e sentiamo che la nostra amicizia ha ancora una volta superato tutte le difficoltà.
Mentre vengo avvolto dall'emozione del momento sento che un vento leggero mi prende alle spalle. Mi allontano da Pepi e per la prima volta su una vetta mi ritrovo a piangere a dirotto. Era ciò che chiedevo a chi non e' più con me fisicamente, desideravo sentire in vetta la sua carezza ed in quel momento preciso sentivo che mi stava abbracciando.
Dal diario di Pepi: " il cratere del Kili e' circondato dalle nuvole basse e la linea blu che si vede sopra l'orizzonte e' l'oceano indiano. Restiamo stupefatti dallo splendore di quell'istante e porterò per sempre dentro me quell'alba sul tetto dell'Africa."
Dopo le foto di rito decidiamo di scendere e sulla strada del ritorno incontriamo i primi gruppi che stanno arrivando. Sono persone che si trascinano letteralmente verso la vetta in condizioni fisiche pietose. Dentro di me faccio mille considerazioni che racconterò nei dettagli al mio ritorno.
Scendiamo dalla stessa via di salita ed in 2 ore siamo di nuovo al campo. Telefoniamo immediatamente a casa per condividere questo fantastico momento con chi ci ama e scopriamo che nonna Wanda ha pregato dalle 3 in poi continuamente. E' lo stesso momento in cui Pepi e' uscito dalla crisi!
Ora però bisogna smontare il campo e scendere al campo basso di Mweka Hut a 3.000 m. Siamo caricatissimi e in 2 ore siamo all'ultimo campo dove guardandoci negli occhi prendiamo una folle decisione: scendere direttamente a Mweka Gate e da lì in pulmino andare a Moshi. E' l'accoppiata che fa paura!
Così nello stesso giorno facciamo 1.250 metri di salita fino alla vetta e 3.050 metri di discesa percorrendo una distanza di circa 45 km!
Ma il sogno realizzato,la doccia che ci attende, il pasto e il comodo letto ci ripagano di tutta la fatica.